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ESTEROVESTIZIONE AL VAGLIO DEI GIUDICI DI MERITO

5:13 pm in AVVOCATO AGENZIA DELLE ENTRATE, AVVOCATO ESTEROVESTIZIONE, AVVOCATO TRIBUTARIO by dallasdon

LA COSIDDETTA ESTEROVESTIZIONE AL VAGLIO DEI GIUDICI DI MERITO
di Roberto Cordeiro Guerra

Oggetto del contendere, nelle controversie risolte dalle decisioni in rassegna, è l’esistenza di elementi probatori sufficienti a localizzare in Italia la sede dell’amministrazione di società costituite all’estero. A monte della valutazione degli elementi indiziari emergono complesse e rilevanti questioni ermeneutiche, riferite sia al diritto interno che a quello convenzionale e comunitario; problematiche che solo nella decisione del Collegio fiorentino di secondo grado sono scrupolosamente individuate e adeguatamente motivate. Emerge poi un ulteriore profilo applicativo di indubbio interesse concernente la ritualità e validità delle notifiche.

Le questioni rilevanti ai fini del decidere: il luogo della notifica; gli elementi caratteristici della cosiddetta “esterovestizione”; la sede dell’amministrazione
Le decisioni in rassegna rivestono un interesse vivo e attuale poiché affrontano per la prima volta[1] in modo diffuso questioni strettamente connesse alla contestazione della residenza italiana a società aventi sede legale all’estero[2], e più precisamente nell’ambito della Comunità europea.
In dettaglio, a seguito dell’impugnazione di accertamenti che hanno localizzato in Italia la sede dell’amministrazione di compagini straniere (olandesi, tedesche, ecc.), controllate da una capogruppo italiana[3], sono state sottoposte al giudice tributario problematiche peculiari, sia in tema di interpretazione delle disposizioni rilevanti (di fonte interna, comunitaria e convenzionale) che con riferimento alla valutazione delle prove addotte a sostegno della pretesa erariale.
Le questioni comuni di più spiccato interesse investono:
a) la notifica, e segnatamente l’individuazione del luogo presso il quale essa deve essere effettuata nel caso di società con sede legale all’estero alla quale viene tuttavia attribuita dall’ufficio residenza fiscale in Italia;
b) il concetto di “esterovestizione”, sovente richiamato quale nucleo portante della contestazione;
c) la nozione di sede dell’amministrazione e la valutazione degli elementi probatori suscettibili di dimostrare la prevalenza della residenza ai fini convenzionali, alla stregua del composito panorama normativo rilevante.

Le problematiche concernenti la notifica
È significativo che tutte le pronunce analizzate abbiano dovuto affrontare eccezioni relative alla nullità e/o inesistenza delle notifiche degli avvisi di accertamento impugnati. Il problema, in sintesi, si pone alla stregua del quadro normativo di riferimento vigente in materia, secondo il quale:
a) «gli enti diversi dalle persone fisiche hanno il domicilio fiscale nel Comune in cui si trova la loro sede legale o, in mancanza, la sede amministrativa; se anche questa manchi, essi hanno il domicilio fiscale nel Comune ove è stabilita una sede secondaria o una stabile organizzazione e in mancanza nel Comune in cui esercitano prevalentemente la loro attività» (art. 60, lett. c, D.P.R. n 600/1973);
b) «la notificazione deve essere fatta nel domicilio fiscale del destinatario» (art. 60, cit.).
Muovendo da questo dato positivo, i giudici seguono per lo più un’impostazione comune, consistente nell’affrontare il merito della causa (fondatezza delle prove addotte onde dimostrare la residenza italiana delle società negli anni investiti da accertamento) al fine di risolvere le questioni preliminari sollevate in ordine alla validità della notifica degli atti impugnati.
Senza entrare nel dettaglio delle problematiche affrontate con riguardo alla peculiarità di ciascuna notifica, ci pare che siffatto percorso sollevi più di una perplessità, come intuito dalla più meditata sentenza della Commissione tributaria regionale toscana, la quale per l’appunto si segnala per il tentativo di smarcarsi da questa sorta di “inversione” dell’ordine di rilevanza delle questioni processuali.
Da valorizzare, segnatamente, l’affermazione del Collegio fiorentino secondo la quale «l’ufficio non ha eseguito l’unica operazione di notifica che comunque sarebbe stato ragionevole compiere, posto che l’individuazione del domicilio fiscale per il tramite della ritenuta collocazione della sede amministrativa della società in Italia non era presupposto di fatto su cui non vi fosse controversia, ma era invece uno dei punti fondamentali della controversia, per cui l’ufficio non poteva dare per scontato quanto era oggetto di verifica e, ovviamente, di contenzioso».
In altre parole, se la sede dell’amministrazione è sub iudice, ed è invece pacifica la sede legale della società, l’unico modo per garantire che la notifica persegua il suo scopo tipico – portare a conoscenza del destinatario l’atto – è quello di ivi recapitarlo, anche a mezzo posta.
Il ragionamento, condivisibile, può essere ulteriormente specificato e supportato. Nell’individuare il luogo presso il quale notificare l’avviso di accertamento, deve necessariamente farsi riferimento all’esistenza di un domicilio attuale, esistente al momento nel quale la notifica viene eseguita, senza che possa assumere rilievo la localizzazione del domicilio medesimo all’epoca (precedente) dei fatti contestati.
In tal senso militano la lettera della legge («gli enti diversi dalle persone fisiche hanno il domicilio fiscale nel Comune in cui si trova la loro sede legale o, in mancanza, la sede amministrativa») e la necessità di un’interpretazione conforme alla funzione dell’istituto e ai principi che ne governano la disciplina.
La notificazione, quale mezzo di produzione e diffusione di conoscenza[4], per raggiungere il suo scopo tipico deve essere indirizzata in un luogo che, in ragione del legame presente col destinatario, faccia ragionevolmente ritenere che l’atto ivi depositato entrerà nella sfera di conoscenza di quest’ultimo[5] Se, al momento della notifica, nessuno degli elementi indicati dall’art. 60 è localizzabile nel territorio dello Stato, non può certo immaginarsi una perpetuatio di residenza (semel residente, semper residente), in virtù della quale divenga legittimo effettuare la notifica medesima laddove il destinatario ha avuto in passato un domicilio (l’esistenza del quale, per di più, è oggetto del contendere).
E allora, onde evitare una sorta di corto circuito nell’applicazione di un sottoinsieme di disposizioni (quelle sulla notifica degli atti tributari) che appartengono al più vasto insieme della disciplina in tema di notifica, sarà giocoforza, come suggerito dal Collegio fiorentino, perseguire una soluzione (notifica presso la sede legale conosciuta all’estero, anche a mezzo posta) ispirata per l’appunto alle regole generali in materia.
Una diversa ricostruzione ermeneutica (notifica presso il domicilio contestato anche in difetto della sua attualità), esporrebbe la normativa a fondate censure di violazione dei principi costituzionali (artt. 3 e 24 Cost.). Già la Corte costituzionale, con la recente sentenza n. 366 del 7 novembre 2007, ha dichiarato l’illegittimità costituzionale del combinato disposto degli artt. 58, commi 1 e 2, secondo periodo, e 60, comma 1, lettere c, e ed f, del D.P.R. 29 settembre 1973, n. 600, e dell’art. 26, ultimo comma, del D.P.R. 29 settembre 1973, n. 602 «nella parte in cui prevede, nel caso di notificazione a soggetto avente all’estero una residenza conoscibile dall’amministrazione finanziaria, che le disposizioni contenute nell’art. 142 del Codice di procedura civile non si applicano».
L’’illegittimità delle disposizioni in questione è stata motivata in base alla considerazione che «l’esclusione dell’applicabilità dell’art. 142 del Codice di procedura civile si pone in contrasto con gli artt. 24 e 3 della Costituzione, perché pregiudica l’esercizio del diritto di difesa del destinatario della notificazione, non assicurandogli l’effettiva conoscenza dell’atto e determinando un’ingiustificata disparità di trattamento tra i soggetti residenti all’estero, per i quali la disciplina vigente non garantisce l’effettiva conoscenza degli atti tributari, e gli altri destinatari di notificazioni di tali atti, per i quali invece detta conoscenza è garantita»[6].
Insomma, la Consulta ha statuito il principio secondo il quale – pena la violazione del diritto di difesa e del diritto di uguale trattamento tra cittadini e stranieri – ciascuno deve ricevere la notificazione degli atti (ivi compresi quelli tributari), presso la propria residenza o sede, indipendentemente dal fatto che questa si trovi fuori del territorio italiano.
Considerate le ragioni che hanno portato alla declaratoria di illegittimità costituzionale delle norme citate (consistenti nella scelta di preferire l’interesse del contribuente alla conoscenza effettiva dell’atto a quello dell’amministrazione, ogni qual volta l’amministrazione medesima sia in grado di ricercare e procurarsi l’indirizzo del soggetto passivo), deve sottolinearsi come tali esigenze di tutela del contribuente siano del pari ravvisabili nei casi oggetto di esame da parte delle decisioni commentate.
Non solo. Se la sede legale della società destinataria della notifica è posta in uno Stato membro della Comunità, risulterebbero altresì violate le disposizioni comunitarie che vietano la discriminazione in base alla nazionalità (articolo 12 Trattato CE)[7].
In breve, una disposizione la quale preveda che le notificazioni ai soggetti residenti siano fatte presso la propria sede legale, mentre le notificazioni ai soggetti non residenti siano effettuate in ogni caso nel territorio italiano e dunque per definizione in luogo diverso dalla sede legale, finirebbe per comportare una palese discriminazione; ponendo a carico dei soggetti non residenti oneri diversi e maggiori di quelli che gravano sui soggetti residenti per quanto riguarda la conoscenza degli atti di rilevanza fiscale eventualmente loro notificati[8].

Il concetto di “esterovestizione”
In alcune delle sentenze esaminate si nota un tentativo di tratteggiare la figura della cosiddetta “esterovestizione”, al fine di verificare se nel caso sottoposto a giudizio siano ravvisabili i connotati tipici del fenomeno.
In verità, avuto riguardo al diritto positivo, la questione potrebbe porsi come semplice verifica dell’esistenza dei presupposti di fatto (alternativamente, sede legale, sede dell’amministrazione, oggetto principale) necessari per integrare la fattispecie della residenza fiscale in Italia, con tutte le conseguenze che ne scaturiscono in caso di risposta positiva.
Il tentativo operato dai giudici di merito, tuttavia, è quello enucleare, in sede di applicazione della disciplina sulla residenza, quei comportamenti che di essa rappresenterebbero un sostanziale aggiramento, consistente nel fare figurare come fiscalmente residenti fuori dai confini domestici società che di estero hanno soltanto la veste formale (di regola, una sede legale priva di qualsiasi effettività).
In buona sostanza, il concetto di “esterovestizione” farebbe dunque riferimento alla situazione nella quale la collocazione all’estero di una società risulta essere una costruzione di puro artificio, avente l’unico scopo di riferire fittiziamente all’ente straniero attività in realtà condotte nel territorio dello Stato italiano, con l’obiettivo di ottenere un vantaggio fiscale[9].
In questo contesto, elementi tipici della figura sono l’esistenza di un vantaggio fiscale (scaturente dal regime impositivo di favore, rispetto a quello interno, applicabile nel Paese prescelto); il sostanziale svolgimento in Italia del business, risultando perciò privo di motivazioni economiche apprezzabili l’insediamento in altro Stato e, infine, il carattere figurativo della presenza della società nello Stato estero di incorporazione, non svolgendovi essa alcuna attività e mantenendovi perciò una struttura di pura facciata.
Ora, è senz’altro apprezzabile che, ai fini del decidere, si cerchi di comprendere se esistono elementi e circostanze tali da rendere credibile l’assunto di una residenza fiscale estera solo fittizia; è tuttavia forte il rischio, come emerge ad esempio da alcuni passi della decisione della Commissione provinciale di Belluno, che in nome di un sorta di autarchica prevalenza di tale concetto non si tengano nel dovuto conto le disposizioni convenzionali e comunitarie rilevanti in proposito.
Così, ad esempio, affermare che «il fenomeno dell’esterovestizione consente di accentrare in soggetti giuridici residenti in Paesi a bassa tassazione o con esenzione di determinati cespiti reddituali, le partecipazioni nelle sussidiarie esistenti in Italia o all’estero, in modo tale da garantire un controllo sugli indirizzi gestionali delle imprese situate all’estero, senza che i risultati economici di detta attività si riflettano direttamente sulla casa madre»[10], rischia di trasformare qualsiasi sub-holding controllata dall’Italia in una società esterovestita.
Il quadro normativo e giurisprudenziale di riferimento è assai più articolato e complesso, e tale da non consentire affermazioni o definizioni così categoriche.
In primo luogo, è essenziale avere presente che, come inequivocabilmente affermato dalla Corte di Giustizia, il vantaggio fiscale derivante dalla scelta di collocare una società controllata in altro Stato membro è del tutto lecito, anche se costituente l’unico motivo a supporto di detta opzione[11].
Quanto poi all’attività tipica delle holding, è vero che essa non richiede di per se stessa cospicue strutture amministrative e organizzative: ciò non significa, tuttavia, che tali compagini possano senz’altro essere qualificate come costruzioni di puro artificio, quanto piuttosto che caso per caso andrà concretamente verificato se la loro attività tipica sia svolta o meno in un contesto di effettivo stabilimento nello Stato ospitante[12].
Infine, ipotizzare che il luogo presso cui si assumono le decisioni gestionali e operative delle imprese situate all’estero sia sempre quello di residenza dell’azionista, significa di nuovo semplificare eccessivamente, confondendo il potere di comando e coordinamento del gruppo da parte dell’azionista con l’amministrazione delle singole società.
In realtà, proprio la diversità delle vicende oggetto di giudizio da parte di ciascuna decisione suggerisce la necessità di una vigile attenzione al contesto nel quale viene configurata l’esterovestizione e agli elementi invocati per dimostrarla.
Parafrasando la Corte di Giustizia, il fenomeno dovrebbe essere ravvisato solo allorquando si è di fronte ad un costruzione di puro artificio, finalizzata ad eludere la normale imposta sugli utili generati da attività svolte sul territorio nazionale. Talvolta, tuttavia, si ha la sensazione che abbia fatto aggio sulla ricostruzione del dato normativo la convinzione di essere di fronte a società fantasma[13], che tali resterebbero quale che sia l’esegesi delle disposizioni di riferimento. In questa chiave, si può arrivare a comprendere, pur non approvandola, la sommarietà con la quale alcuni passaggi delle decisioni di primo grado approcciano il significato da attribuire a nozioni da sempre discusse nell’ambito del diritto tributario internazionale (sede dell’amministrazione; sede di direzione effettiva, natura del rapporto controllata-controllante). Il discorso cambia però radicalmente laddove il contesto fattuale (ad es.: sub-holding operante nell’ambito di un gruppo con partecipazioni localizzate non solo in Italia, ma in numerosi altri Paesi) sia tale da non permettere tout court semplificazioni o scorciatoie argomentative. Supponiamo, ad esempio, che ai fini del decidere sia necessario giudicare se una holding sia effettivamente insediata nello Stato membro ove è stata incorporata e se ivi svolga un’attività economica effettiva; o ancora che occorra discernere se la capogruppo italiana svolga rispetto alla sub-holding estera funzioni di direzione e controllo, le quali inevitabilmente ne riducono il grado di autonomia decisionale, o piuttosto funzioni di amministrazione diretta e attiva: ebbene , in tali situazioni, la valutazione degli indizi di “esterovestizione” dovrà essere inevitabilmente preceduta da un esatto e scrupoloso inquadramento giuridico dei fenomeni in discussione, in tutte le loro poliedriche sfaccettature. Se la ricostruzione delle premesse giuridiche è carente o confusa, le successive conclusioni finiranno per apparire categoriche e sommarie e come tali non suscettibili di fondare indirizzi giurisprudenziali autorevoli e stabili.

La disciplina interna e convenzionale in tema di residenza e la valutazione degli elementi probatori suscettibili di dimostrarne l’esistenza
Nel merito, ciascuna decisione si confronta con il problema del valore probatorio da attribuire a determinati indizi (documenti, corrispondenza, ecc.) dai quali desumere la residenza fiscale in Italia delle società destinatarie degli accertamenti.
Fatta eccezione per la pronuncia della Commissione tributaria regionale, l’impressione che si trae dalla motivazione delle altre sentenze è quella di un’attenzione scarsa all’esegesi delle disposizioni di riferimento, come noto scaturenti da fonti diverse (interne, convenzionali, comunitarie).
Proprio avuto riguardo al composito quadro normativo rilevante, sarebbe semplicistico intendere la residenza alla stregua di una mera circostanza, come tale suscettibile, alla pari di qualsiasi altro fatto semplice, di agevole prova in via presuntiva. Al contrario, la valenza indiziaria di ciascun elemento probatorio deve essere soppesata avendo sempre presente la fattispecie normativa di residenza fiscale, alla cui integrazione concorrono una pluralità di nozioni positive, ciascuna da mettere attentamente a fuoco.
In altre parole, prima è opportuno chiarirsi le idee sulle definizioni legislative rilevanti; poi verificare se i fatti di cui è causa integrano la fattispecie normativa.
Viene allora in considerazione, in primo luogo, l’art. 73, terzo comma, del T.U.I.R., alla stregua del quale si considerano residenti le società e gli altri enti che per la maggior parte del periodo d’imposta hanno la sede legale o la sede dell’amministrazione o l’oggetto principale nel territorio dello Stato.
Se la società estera alla quale viene contestata la residenza (anche) italiana è localizzata in un Paese con il quale esiste una Convenzione contro le doppie imposizioni, sovvengono poi le disposizioni dettate al riguardo dalla Convenzione applicabile. In dettaglio, l’art. 4 del modello Ocse[14] stabilisce che la residenza di un soggetto deve essere determinata secondo le regole interne di ciascuno dei due ordinamenti. Ove l’applicazione di dette disposizioni conduca all’attribuzione di una doppia residenza, entrano in gioco le cosiddette tie-break rules, ossia criteri volti a stabilire in quale dei due Paesi debba essere considerata residente la società interessata. Segnatamente, ex art. 4, comma 3, del modello «quando, in base alle disposizioni del paragrafo 1, una persona diversa da una persona fisica è residente in entrambi gli Stati, si ritiene che essa è residente nello Stato in cui si trova la sede della sua direzione effettiva».
Infine, giova ricordare che l’Italia, nell’approvare il modello di Convenzione Ocse, ha espresso una riserva all’art. 4, così testualmente formulata: «L’Italia non condivide l’interpretazione espressa nel paragrafo 24 che precede riguardante la persona o il gruppo di persone che esercitano le funzioni di rango più elevato (a titolo esemplificativo un consiglio di amministrazione) quale esclusivo criterio per identificare la sede di direzione effettiva di un ente. La sua opinione è che nel determinare la sede di direzione effettiva deve essere preso in considerazione il luogo ove l’attività principale e sostanziale è esercitata».
Alla stregua di tali disposizioni, si capisce quanto complesso e articolato sia il panorama probatorio da assemblare per provare la “prevalente” residenza domestica di una società con sede legale all’estero.
In prima battuta, occorre dimostrare che essa ha in Italia la sede dell’amministrazione o l’oggetto principale. Più precisamente, siccome l’art. 73 del T.U.I.R. stabilisce che detti requisiti devono sussistere per «la maggior parte del periodo d’imposta», detta prova dovrà essere articolata in modo autonomo – e, quindi, distintamente – per ciascun periodo d’imposta preso in considerazione e avendo cura di dimostrare che le circostanze addotte coprono, all’interno di ogni annualità, un arco temporale superiore alla metà del periodo.
Una volta raggiunta tale evidenza, necessita altresì, alla stregua dell’art. 4, paragrafo 3, della Convenzione modello Ocse, dimostrare che, in base alle tie break rules, essa (residenza fiscale italiana) “prevale” su quella estera ed è, dunque, l’unica rilevante ai sensi della Convenzione. In dettaglio, ciò dovrà passare attraverso l’individuazione delle più rilevanti decisioni strategiche e commerciali deliberate dalla società e la prova della loro assunzione in un luogo sito nel territorio dello Stato.
Infine, quantomeno secondo l’interpretazione dell’art. 4 accolta dall’Italia ed esplicitata in apposita riserva apposta al commentario, nel determinare la sede di direzione effettiva dovrà essere preso in considerazione il luogo ove l’attività principale e sostanziale è esercitata.
Orbene, rispetto al quadro delineato, alcuni passaggi delle decisioni in analisi suscitano più di una perplessità.
Ad esempio, talvolta in modo esplicito, talvolta in modo implicito, emerge una sostanziale assimilazione tra la nozione domestica di sede dell’amministrazione e quella convenzionale di sede di direzione effettiva; e proprio sulla base di questa equiparazione assistiamo alla valorizzazione di alcuni indizi come idonei a dimostrare, al tempo stesso, la circostanza che in Italia si trova la sede dell’amministrazione e quella che qui, del pari, è localizzata la sede di direzione effettiva.
L’assimilazione non convince. L’espressione sede dell’amministrazione (per la maggior parte del periodo d’imposta) deve essere intesa, anche in conformità al dato letterale (sede), come il luogo nel quale è ordinariamente condotta l’attività dell’impresa e dove, dunque, giorno dopo giorno, la stessa è gestita in modo continuativo, nonché manifesto ai terzi che con l’impresa stessa vengono in contatto. In tale luogo, peraltro, possono anche essere prese – ma non solo – le decisioni strategiche relative alla conduzione dell’impresa. Che questo sia il significato da attribuire alla nozione di sede dell’amministrazione è desumibile anche dalla funzione svolta da tale elemento di collegamento: esso vale, infatti, e al pari della sede legale e dell’oggetto principale, ad integrare il più intenso grado di connessione con l’ordinamento, ossia la residenza.
Ebbene, stabilità ed ostensibilità sono requisiti necessari della sede dell’amministrazione proprio perché essa possa identificare, nell’ottica alla quale guarda il diritto tributario, un indice pregnante di radicamento nel territorio e di utilizzo, in senso lato, delle sue infrastrutture. Altrimenti detto: l’insediamento nel Paese deve essere così intenso da giustificare la scelta di chiamare la società a sopportare una quota delle spese pubbliche non con limitato riferimento alla ricchezza di fonte domestica, bensì nei confronti dei redditi ovunque (worldwide) prodotti. Se così è, il luogo ove, episodicamente e senza renderlo noto a terzi, gli amministratori concertano decisioni direzionali non basta, da solo, ad integrare la sede dell’amministrazione, difettando per l’appunto quel liason permanente e tangibile con l’ordinamento che solo giustifica l’attribuzione della residenza.
Quanto invece al place of effective management, è fondamentale per focalizzarne la nozione rammentare che esso è enunciato in una tie-break rule, ossia nel contesto di una regola dirimente per risolvere una situazione di “parità” in punto di residenza fiscale. In altre parole, non si tratta di un quid tale da determinare, da solo, l’impianto della residenza, ma al contrario di un quid pluris, concepito al fine di dirimere la contesa allorché la società è residente in entrambi gli Stati contraenti: esempio tipico, nella letteratura internazionale, quello della sede legale in un Paese e della sede dell’amministrazione nell’altro.
Sul punto, è opportuno riportare la chiara indicazione ricavabile dal commentario all’art. 4 del modello Ocse: «la sede di direzione effettiva sarà ordinariamente il luogo in cui la persona o il gruppo di persone di rango più elevato (a titolo esemplificativo, un consiglio di amministrazione) prende ufficialmente le sue decisioni, il luogo in cui sono adottate le deliberazioni che devono essere assunte dall’ente nel suo insieme»; e ancora «una società può avere più di una sede di direzione, ma una sola sarà la sede di direzione effettiva».
Dal combinato disposto delle norme interne e convenzionali rilevanti risulta dunque che per dirimere le controversie in punto di residenza deve seguirsi una sequenza puntuale e progressiva in ordine ai fatti da dimostrare; scansione alla quale la dialettica probatoria non può e non deve sottrarsi.
Il giudice è in linea di principio libero nel soppesare la valenza degli elementi indiziari posti alla sua attenzione; deve tuttavia necessariamente aver ben presente i fatti ignoti che essi devono supportare, ossia: a) innanzitutto, una stabile collocazione della sede dell’amministrazione in Italia (primo fatto ignoto rilevante) nel periodo d’imposta; b) in seconda battuta (parimenti essenziale), la circostanza determinante che le decisioni strategiche più rilevanti[15] siano state prese nel territorio dello Stato (secondo fatto ignoto rilevante).
Questa sequenza logico-giuridica appare chiara alla Commissione tributaria regionale di Firenze, laddove essa afferma «la continuità è connaturata alla stessa nozione di “sede”, che implica la stabilità del riferimento e perciò la percettibilità da parte di qualunque terzo della collocazione indicata quale centro di gestione e di elaborazione di tutto quanto attiene alla direzione della società e al dispiegamento della sua attività». Di conseguenza, «la prova documentale circa l’esistenza della sede amministrativa in Italia deve essere tale da dedurre la continuità di una gestione amministrativa durata ben quattro anni».
Assai meno convincente, invece, la pronuncia n. 75 della Commissione tributaria di primo grado di Firenze, secondo la quale la circostanza che buona parte della documentazione raccolta dalla Polizia tributaria concerna anni precedenti a quelli oggetto del verbale di accertamento, non assumerebbe rilevanza, giacché il fatto che un ordine si riferisca all’anno prima o a qualche anno prima non interromperebbe il suo valore presuntivo. Ora, si può discutere se il fatto noto della richiesta di un’autorizzazione per un atto di ordinaria amministrazione giustifichi la conclusione che tutte le decisioni, e perciò pure quelle strategiche, maturate nello stesso arco temporale di quelle ordinarie, siano state assunte nel medesimo luogo; tuttavia affatto convincente è azzardare che perfino a distanza di anni, cessato il flusso di autorizzazioni bagatellari, permanga l’attualità indiziaria del fatto noto.
A conferma dell’opinabilità della questione, altro giudice ha inquadrato in modo del tutto diverso il problema delle dettagliate istruzioni provenienti dall’Italia e riguardanti una pluralità di atti di gestione, osservando che «l’esistenza di un penetrante controllo di una società nei confronti di altra e perciò l’assoggettamento della società controllata costituisce fenomeno ben diverso dallo svolgimento delle attività di gestione amministrativa della società controllata. Le due fattispecie non possono essere né sommate né confuse, perché altrimenti situazioni giuridicamente rilevanti, fra loro nettamente differenziate, verrebbero rese coincidenti con effetti aberranti sul piano giuridico». In sostanza, non si può «configurare la collocazione della sede amministrativa di una società presso un’altra soltanto perché fra le due società vi è uno stretto collegamento, che riguarda essenzialmente il coordinamento delle rispettive attività e finalità» (così Comm. trib. reg. Firenze, sent. n. 61/25/07 del 18 gennaio 2008).
Si tratta di uno spunto davvero centrale e da indicare quale oggetto di approfondimento per un più corretto inquadramento del problema.
Per quanto ci riguarda, ci limitiamo in questa sede a due considerazioni.
La prima è che, a ben vedere, anche i cosiddetti “fatti noti”, dai quali muove il ragionamento presuntivo, assumono coloritura diversa a secondo della qualificazione giuridica ad essi attribuita: ad esempio, ricollegandoci alle diverse opinioni espresse dalle decisioni in rassegna, le autorizzazioni possono essere inquadrate quale esplicazione della funzione di indirizzo e controllo piuttosto che come sintomi della sottoposizione ad eteroamministrazione da parte della controllata. Quello che non convince, ovviamente, è la qualificazione occulta, ossia operata senza dar conto della problematica sottostante.
La seconda concerne i progressi compiuti dalla dottrina che, studiando il fenomeno del gruppo[16], ha indagato il contenuto del potere di direzione e coordinamento sulle controllate. È stato al riguardo autorevolmente affermato che «attraverso l’obbligo disposto dall’art. 2497-ter (di analitica motivazione delle decisioni influenzate dall’attività di direzione e coordinamento), si è riconosciuta la legittimità di una direzione unitaria del gruppo, sino al limite che non si verifichi il conflitto d’interessi: all’interno del limite, ad esempio, si legittimano i poteri della capogruppo di acquisire informazioni, di dare istruzioni e di esercitare controlli nei riguardi degli amministratori delle società appartenenti al gruppo anche al di fuori della tradizionale articolazione degli organi sociali, e cioè anche al di fuori dell’assemblea, che rimarrebbe invece l’unica sede deputata all’esercizio dei diritti di socio soltanto per gli azionisti di minoranza»[17].
Una volta di più il diritto, costituendo metro di valutazione dei fatti (e in specie della loro valenza indiziaria), rivendica il suo primato.
Vedi sentenza della Commissione tributaria provinciale di Firenze, sez. I, 24 settembre 2007, n. 75

Vedi sentenza della Commissione tributaria provinciale di Firenze, sez. XVI, 13 ottobre 2007, n. 108

Vedi sentenza della Commissione tributaria provinciale di Belluno, sez. I, 14 gennaio 2008, n. 174

Vedi sentenza della Commissione tributaria regionale della Toscana, sez. XXV, 18 gennaio 2008, n. 61

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Esterovestizione, richiesta iva come comportarsi in istanza di accertamento

5:57 am in AVVOCATO AGENZIA DELLE ENTRATE, AVVOCATO ESTEROVESTIZIONE, AVVOCATO TRIBUTARIO by dallasdon

Nella mia istanza di accertamento, dopo varie ricerce inserirò questo testo:

 

Premesso che:

La Legge n 427/1993 ha recepito in Italia le direttive comunitarie che hanno dettato le regole fondamentali ai fini della armonizzazione IVA in ambito comunitario.

Per gli acquisti intracomunitari eseguiti in Italia, il debitore d’imposta è l’acquirente soggetto passivo; l’IVA è dovuta nel paese di destinazione dei beni .

 

Tutti i clienti della ditta XXXXX hanno quindi per l’anno 2008 e 2009 già versato l’aliquota IVA e quindi si incorrerebbe in una doppia imposizione d’IVA.

 

L’Italia e gli altri paesi CEE hanno adottato questo principio per gli anni 2008 e 2009 in cui è stato richiesto il versamento dell’IVA all’azienda XXXXX , ai sensi dell’art. 38 del DL n. 331/1983

 

La doppia richiesta dell’aliquota IVA viola inoltre la convenzione tra la Repubblica Italiana e la Repubblica Slovacca per evitare le doppie imposizioni in materia di imposte sul reddito con protocollo Praga il 5 maggio 1981

 

La doppia richiesta dell’aliquota IVA viola inoltre la convenzione normativa fra la Repubblica Italiana e l’Unione Europea. Gli scambi commerciali fra questi Stati sono infatti disciplinati dalla normativa comunitaria (artt 49 e ss. TFUE) che è stata via via recepita dagli Stati aderenti all’Unione Europea. In Italia, in particolare, è stato emanato il D.L. 30.8.1993 n° 331, convertito dalla Legge n° 427 del 29 ottobre 1993.

 

La doppia richiesta dell’aliquota IVA e il “modus operandi” dell’Agenzia delle Entrate è già stata denunciata anche dalla Commissione per l’esame della compatibilità comunitaria di leggi e prassi fiscali italiane dell’AIDC che ha presentato denuncia alla Commissione UE di illegittimità comunitaria sottolineando che nell’ Esterovestizione il contraddittorio tra Fisco e contribuente è caratterizzato da un «fisiologico» squilibrio tra funzionario, forte di una presunzione semplice, e contribuente, su cui grava l’onere della, spesso difficoltosa, prova contraria.

 

Premesso tutto questo:

 

L’azienda XXXXX richiede quindi di non dover ripagare allo stato italiano l’aliquota IVA una seconda volta visto che è stata già intermante versata dai suoi clienti e in caso questa istanza non venga accettata dal vostro ufficio provvederemo ad esporre il contenzioso davanti alla Commissione Tributaria, all’ente competente slovacco di riscossione del DPH (che è il corrispettivo dell’IVA italiana) e a livello comunitario alla Commissione UE di Illegittimità comunitaria e alla Corte Europea dei diritti dell’uomo.

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ESTEROVESTIZIONE, REGGIO EMILIA, MAX MARA, IL FISCO PERDE LA CAUSA

8:14 am in AVVOCATO AGENZIA DELLE ENTRATE, AVVOCATO ESTEROVESTIZIONE, AVVOCATO TRIBUTARIO by dallasdon

Il Fisco
perde la causa
A Maramotti vanno
50mila euro

L’Agenzia delle Entrate chiedeva al patron di Max Mara 45 milioni di euro fra sanzioni e presunte imposte evase, ma la commissione tributaria ha accolto il ricorso dell’imprenditore 

 
Luigi Maramotti (Foto Artioli)
Luigi Maramotti (Foto Artioli)
 
 

Reggio Emilia, 22 gennaio 2010. Il fisco voleva da Luigi Maramotti 45 milioni di euro, fra sanzioni e presunte imposte evase, ma alla fine gli toccherà versare all’imprenditore 50mila euro.

E’ ciò che è costato all’Agenzia delle entrate, fra onorari per avvocati e diritti, il ricorso presentato dal patron di Max Mara che si doveva difendere dall’accusa di evasione fiscale.

La sezione 4 della commissione tributaria provinciale ha infatti accolto, il primo luglio scorso, il ricorso presentato dal patron di Max Mara che era stato accusato di aver evaso 23 milioni di euro di imposte fra Irpeg, Ires e Irap, negli anni compresi fra il 2003 e il 2006.

A Maramotti l’Agenzia delle entrate chiedeva anche 22 milioni di sanzioni. In tutto 45 milioni di euro.

Secondo la Finanza e l’Agenzia delle entrate era emerso che, da verifiche a Marina Rinaldi, si sarebbero trovati elementi per sostenere che la società International fashion trading, con sede a Lugano e succursale dell’omonima società lussemburghese partecipata al 46% da Max Mara Finance, era di fatto una dipendenza del gruppo reggiano.

Questo, secondo l’Agenzia delle Entrate, sarebbe stato sufficiente per configurare la presenza di una società esterovestita, ovvero utilizzata solo per pagare meno tasse.

Ma la commissione tributaria ha letteralmente smontato la tesi dell’accusa. Si legge nella motivazione della sentenza: «La commissione annulla l’avviso di accertamento per assoluta incertezza relativamente all’identità (natura giuridica, composizione, sede, rappresentanza), alla individuazione ed all’esistenza dell’autonomo soggetto di diritto, centro di imputazione di situazioni negoziali e processuali cui avrebbero dovuto far capo le obbligazioni tributarie accertate».

In sostanza la commissione ha sostenuto che non era possibile «stabilire quale tipo di imposta reddituale fosse applicabile (sulle persone fisiche o sulle società)» e che, inoltre, era impossibile stabilire che Luigi Maramotti fosse il rappresentante legale dato che «non uno dei numerosi documenti recava la sua firma».

Inoltre, per quel che riguarda la presunta esterovestizione, la commissione rileva come «nessun altro elemento di prova sia stato fornito al fine di verificare e dimostrare che l’effettiva sede della International fashion trading fosse in Italia».

Aggiunge la commissione: «Anche le ragioni fiscali che, secondo l’ufficio avrebbero indotto alla creazione della succursale elvetica di Ift, non appaiono attendibili». E ancora: la finalità di delocalizzare i ricavi in un territorio che ha un regime fiscale agevolato rispetto a quello nazionale «non appare dimostrata».

Dalla documentazione prodotta dai ricorrenti, infatti, la succursale di Lugano «risulta essere stata assoggettata ad imposte in Svizzera a regime ordinario, inoltre la stessa non ha mai fatto ricorso a procedure di ruling con la confederazione elvetica e non ha beneficiato di alcuna forfetizzazione del reddito».

In seguito a tutte queste osservazioni, la commissione «dichiara la nullità e l’assoluta inefficacia della notifica dell’accertamento effettuata a Luigi Maramotti per carenza di legittimazione passiva e di poteri di rappresentanza del soggetto passivo non identificato delle obbligazioni tributarie accertate».
La vicenda potrebbe non finire qui perché l’Agenzia delle entrate ha tempo fino a metà marzo per presentare ricorso.

Il 3 marzo, poi, il giudice dell’udienza preliminare, Angela Baraldi, deciderà su un eventuale rinvio a giudizio per Luigi Maramotti, patron del gruppo Max Mara, che è stato accusato dalla procura di Reggio di evasione fiscale per omessa dichiarazione.

Nel mirino della Guardia di Finanza ci sono somme che sarebbero state evase fra il 2003 e il 2006. L’indagine penale nei confronti di Maramotti e quella tributaria dell’anno scorso sono molto simili, ma potrebbero anche non riguardare lo stesso argomento.

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PIGNORAMENTO BLOCCO SFRATTI 2012 E POI? TUTTI SOTTO UN PONTE!

9:14 pm in AVVOCATO PIGNORAMENTO, INTRO by dallasdon

BLOCCO “SFRATTI” 2012
(decreto-legge “Milleproroghe”)
TABELLA SINOTTICA
Numero del blocco
E’ il 27° a far tempo solo dal 1978 (legge equo canone).
Tipologia sfratti
Solo quelli per finita locazione riguardanti immobili abitativi.
Durata
Fino al 31.12.2012.
Inquilini
Inquilini con “reddito annuo lordo complessivo familiare” inferiore a 27.000 euro, che siano o abbiano nel proprio nucleo familiare
- persone ultrasessantacinquenni
- malati terminali
- portatori di handicap con invalidità superiore al 66 per cento
e che non siano “in possesso” di altra abitazione adeguata al nucleo familiare nella regione di residenza.
Alle stesse condizioni di reddito e di non possidenza, la sospensione si applica per nuclei familiari con figli fiscalmente a carico.
Comuni
1) Comuni capoluogo di provincia
2) Comuni, confinanti con i capoluoghi di provincia, con po-polazione superiore a 10.000 abitanti
3) Comuni ad alta tensione abitativa (Delibera Cipe n. 87/03)
Gli elenchi dei Comuni di cui ai numeri 1, 2 e 3 sono presenti sul sito www.confedilizia.it.
Documentazione
La sospensione dell’esecuzione scatta in concreto a seguito della pre-sentazione “alla cancelleria del Giudice procedente” o all’Ufficiale giudiziario procedente dell’autocertificazione redatta con le modalità di cui agli artt. 21 e 38 del d.p.r. n. 445/2000 attestante la sussistenza dei singoli requisiti richiesti e sufficienti.
Contestazione
Il proprietario può contestare la sussistenza in capo al conduttore dei requisiti richiesti per la sospensione dell’esecuzione tramite ricorso al competente Giudice dell’esecuzione, che deciderà con decreto, av-verso il quale potrà proporsi opposizione al Tribunale collegiale.
Canone
Il conduttore, per tutto il periodo della sospensione, deve corrispon-dere al locatore – oltre all’Istat e agli oneri accessori – un canone aumentato del 20% (che non esime lo stesso dal risarcimento dell’e-ventuale maggior danno) e decade dalla sospensione in caso di mo-rosità, salvo sanatoria avanti il Giudice.
Proprietari
Il proprietario può evitare la sospensione dimostrando – sempre tramite specifico ricorso al competente Giudice dell’esecuzione, che deciderà con decreto avverso il quale potrà proporsi opposizione al Tribunale collegiale – di trovarsi nelle stesse condizioni richieste all’inquilino per ottenere la sospensione o nelle condizioni di “neces-sità sopraggiunta dell’abitazione”.
Benefìci fiscali
Nel periodo di sospensione i canoni percepiti dai proprietari interes-sati non sono imponibili ai fini delle imposte dirette, limitatamente ai Comuni di Torino, Milano, Venezia, Genova, Bologna, Firenze, Roma, Bari, Napoli, Palermo, Messina, Catania, Cagliari e Trieste, nonché ai Comuni ad alta tensione abitativa con essi confinanti.
Di tali benefici fiscali non si tiene conto ai fini della determinazione della misura dell’acconto dell’Irpef dovuto per l’anno 2013.
Fonte: Confedilizia, Ufficio Studi

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AGENZIA DELLE ENTRATE MEDIAZIONE TRIBUTARIA

8:40 pm in AVVOCATO AGENZIA DELLE ENTRATE, AVVOCATO ESTEROVESTIZIONE, AVVOCATO TRIBUTARIO by dallasdon

Denunciare Equitalia e Agenzia delle Entrate alla Corte Europea diritti dell’uomo

8:53 am in AVVOCATO AGENZIA DELLE ENTRATE, AVVOCATO EQUITALIA, INTRO by dallasdon

IMPORTANTE: SE INIZIAMO AD ESSERE IN TANTI A RICHIEDERE AIUTO ALLA CORTE EUROPEA DEI DIRITTI DELL’ UOMO PRIMA O POI QUALCUNO SI DOVRA’ VERGOGNARE DI COME VENIAMO TRATTATI DALLO STATO ITALIANO E DAI NOSTRI AGIATI GOVERNANTI CHE SGUINZAGLIANO L’ AGENZIA DELLE ENTRATE E EQUITALIA PER DISTRUGGERCI E TRATTARCI COME CRIMINALI !!! LORO SONO I CRIMINALI !!!
 
La giustizia nazionale spesso non soddisfa o ha limiti oggettivi per riuscire ad ottenere giustizia su specifiche questioni. Le domande che si pongono sono le seguenti:

1 – Come e cosa fare quando abbiamo una controversia con un produttore o fornitore di servizi al di fuori dei confini nazionali e in sede comunitaria?
2 – Quanto confliggono le nostre problematiche con le normative europee?
3 – Quanto le normative europee ci possono aiutare per i danni che riceviamo dalle normative nazionali?
4 – Quando e come e’ applicabile il Diritto di famiglia in sede comunitaria?
5 – Quando e come fare un Decreto ingiuntivo verso un debitore in sede comunitaria?

1 – Come e cosa fare quando abbiamo una controversia con un produttore o fornitore di servizi al di fuori dei confini nazionali e in sede comunitaria?
Procedura giudiziale europea applicabile alle controversie transfrontaliere in materia civile e commerciale, alternativa a quanto comunque esperibile in sede nazionale.
L’applicazione e’ prevista dal Regolamento del Parlamento Europeo e del Consiglio: 861/07 (non vi aderisce la Danimarca): procedura di recupero crediti, esclusi interessi e spese, non eccedenti 2.000 Euro in materia civile e commerciale.
Le principali caratteristiche:
- non è necessario avere l’assistenza di un legale. La domanda, in italiano, si inoltra compilando un modello standard (link al modello gia’ scaricato) e con l’assistenza degli uffici del Giudice di pace. Le comunicazioni avvengono a distanza: servizio postale, fax, posta elettronica. Le poche udienze (che la normativa scoraggia) possono essere tenute in teleconferenza e le testimonianze rese per iscritto;
- i costi a carico del ricorrente sono solo i diritti di cancelleria (8 euro), ma non e’ escluso che il giudice di pace, pur non essendo previsto, faccia pagare il contributo unificato. Raccolta la documentazione, il giudice ha 30 giorni per emettere la sentenza, immediatamente esecutiva in tutta l’Unione senza necessità di adire l’autorità giudiziaria locale per ottenere una dichiarazione di esecutorietà.
Qui la specifica scheda pratica dell’Aduc che spiega nei minimi particolari come procedere e fornisce la necessaria modulistica.

2 – Quanto confliggono le nostre problematiche con le normative europee?
Corte Giustizia Ue – Lussemburgo
ricorso
- per l’annullamento di un atto, anche legislativo, di una istituzione Ue;
- contro illegittimita’ o inerzia di istituzione Ue;
- risarcimento danni contro attivita’ o comportamenti degli agenti o delle istituzioni Ue:
- contro lo Stato italiano che non applica o non ottempera alla normativa comunitaria o agli obblighi ivi previsti;
- contro i tribunali italiani che non applicano o non si uniformano alla giustizia o alla norma comunitaria (tramite il tribunale italiano o direttamente come reclamo denuncia singola o cumulativa).

3 – Quanto le normative europee ci possono aiutare per i danni che riceviamo dalle normative nazionali?
Corte europea diritti dell’uomo (CEDU) – Consiglio d’Europa, Strasburgo
Ricorsi contro le violazioni degli Stati alla Convenzione europea dei diritti dell’uomo:
- Equo processo: modalita’ accesso processo civile; modalità, procedura e prassi nei tribunali; lesione al diritto al giudice naturale, al diritto di difesa, ed autodifesa nel processo civile e penale;
- durata ragionevole del processo: il procedimento si considera di durata irragionevole quando si superano i tre anni per grado di giudizio;
- diritto alle libertà civili;
- diritto alla sicurezza;
- diritto alla vita privata;
- diritto ad un ricorso effettivo anche quando la violazione è stata commessa da persone che agiscono nelle loro funzioni ufficiali.

4 – Diritto di famiglia. Riconoscimento ed esecuzione delle decisioni su divorzio, famiglia, diritti alimentari, potestà genitoriale, diritti dei minori, diritto alle relazioni parentali.

5 – Decreto ingiuntivo. Senza limiti di valore e per i crediti certi liquidi ed esigibili La procedura si incamera davanti al proprio giudice nazionale competente per territorio e si deve pagare il contributo unificato.


Per usufruire di questa consulenza/assistenza, vedi qui per modi, luoghi e tempi

Qui tre articoli di approfondimento:
- Ue e giustizia Europea
- Processo a Strasburgo?
- Vessazioni Equitalia. Farsi valere con la Giustizia Europea

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Si dà fuoco davanti all’Agenzia delle Entrate, non dimentichiamolo

6:32 am in AVVOCATO AGENZIA DELLE ENTRATE, AVVOCATO EQUITALIA, INTRO by dallasdon

Sono da poco passate le otto del mattino, a Bologna, quando un uomo di 58 anni, un muratore, nella propria auto, una Fiat Punto parcheggiata davanti alla sede dell’Agenzia delle entrate, si dà fuoco.

Ricoverato in ospedale, versa in condizioni gravissime, con ustioni su tutto il corpo. A spingerlo a compiere un gesto così estremo potrebbe essere stata la disperazione derivante dai suoi problemi economici. All’interno dell’abitacolo sono stati trovati una lettera indirizzata alla moglie e un’altra indirizzata all’Agenzia delle Entrate, in cui l’uomo avrebbe spiegato, in poche righe, di aver sempre pagato le tasse e in cui chiedeva di lasciare stare la propria consorte.
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Il contenuto dei biglietti non è però chiaro, perché i fogli sono stati quasi del tutto bruciati. L’idea degli inquirenti è che avesse debiti e problemi finanziari. Sarebbe questo il motivo del tentato suicidio.

Appiccato il fuoco, intorno alle 8,20, l’uomo è uscito dalla vettura, parcheggiata in via Nanni Costa. A salvarlo è stato l’intervento di un ragazzo romeno che ha spento le fiamme usando il proprio giaccone. Subito dopo sono arrivati sul posto due vigili urbani. Uno di loro si è tolto il maglione e ha spento le fiamme che ancora avvolgevano i piedi dell’uomo. Poco dopo sono arrivati i vigili del fuoco. L’uomo è stato trasportato in codice rosso con l’elisoccorso all’ospedale di Parma. Ora è ricovertato in “gravissime condizioni” in rianimazione al Centro Hub per la terapia delle grandi ustioni. Presenta ustioni su quasi il 100% del corpo.
Il racconto del vigile urbano

“Un automobilista ci ha avvisato che c’era un’auto che bruciava – ha detto l’agente scelto della polizia municipale Lorenzo Rubbi – ma non sapevamo che c’era una persona ustionata. Quando siamo arrivati ho visto, a 15-20 metri, un uomo che bruciava. Un ragazzo romeno aveva già spento parte delle fiamme con un giaccone che si è carbonizzato”. Rubbi era di pattuglia per controllare la viabilità nei dintorni di una scuola lì vicina. Il 58enne era ancora cosciente. “Gli ho chiesto – precisa Rubbi – cosa è successo? E lui mi ha risposto: Ho tentato di uccidermi, voglio morire, voglio morire”. L’uomo non ha spiegato le ragioni del suo gesto, ma lì vicino gli agenti hanno trovato le lettere. “Chiedeva scusa alla moglie per quello che aveva fatto, e anche all’Agenzia delle Entrate. Diceva che aveva sempre pagato le tasse e chiedeva di lasciare in pace la moglie” conclude l’agente.

“Quanto è successo questa mattina è sconvolgente – ha detto il sindaco di Bologna Virginio Merola -. Deve fare riflettere tutti perché è una richiesta di aiuto che non ci può lasciare indifferenti”.

E aggiungiamo noi:

“Anche così nessuno fa niente mentre il popolo italiano che da 150 lavora ora non può più farlo perchè molto poco costituzionalmente enti di strozzinaggio come Equitalia e l’Agenzie delle Entrate comandati da gente che se la passa bene a capo del governo ci distrugge e ci tratta come criminali perchè non riusciamo a pagare le loro tasse che sono insostenibili e anticostituzionali. Pensiamo che sia ora di farsi sentire!!! Siamo noi il popolo!!!”

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ESTEROVESTIZIONE Denunciata illegittimità richiesta IVA

12:46 pm in AVVOCATO ESTEROVESTIZIONE by dallasdon

Denunciata

l’illegittimità comunitaria

degli studi di settore ai fini IVA

La Commissione per l’esame della compatibilità comunitaria di leggi e prassi fiscali italiane

dell’AIDC ha presentato denuncia alla Commissione UE di illegittimità comunitaria degli

accertamenti IVA fondati sugli studi di settore. L’appartenenza degli studi di settore agli

«accertamenti standardizzati» evidenzia il contrasto con il principio di soggettività dei

ricavi imponibili ai fini IVA, che non possono essere che quelli effettivi. Né può ritenersi

che i risultati statistici possano essere trasformati in risultati personali ed effettivi a seguito del

contraddittorio tra Fisco e contribuente, caratterizzato da un «fisiologico» squilibrio

tra funzionario, forte di una presunzione semplice, e contribuente, su cui grava l’onere

della, spesso difficoltosa, prova contraria.

di Joseph Holzmiller

Joseph Holzmiller - Presidente Commissione per l’esame della

compatibilità comunitaria di leggi e prassi fiscali italiane (AIDC)

1778 Corriere Tributario 22/2011

IVA

standardizzati pone subito in

evidenza il contrasto con il

consolidato principio di soggettività

dei ricavi imponibili

ai fini IVA, i quali non possono

essere che quelli «effettivi

», fatte salve solo le eccezionali

attribuzioni di valori

differenti previsti dalla direttiva

2006/112/CE del 28 novembre

2006 (valore normale

ex art. 80 della stessa direttiva).

In tal senso, fra le sentenze

della Corte di giustizia richiamate

in denuncia, valga

ricordare qui quelle del 20

gennaio 2005, causa C-412/03, «Hotel Scandic»

(1) e del 29 marzo 2001, causa C-404/99, «Commiss./

Rep. francese» (2) in quanto emblematiche

di un inderogabile orientamento consolidato.

Significato del contraddittorio

Deve riconoscersi che la massima giurisprudenza

ha spinto l’Erario ad abbandonare le precedenti

posizioni di maggiore illegittimità comunitaria sul

valore probatorio degli studi di settore costituite,

dapprima, da un’affermata presunzione legale,

configurata poi quale presunzione relativa e, solo

più recentemente, quale presunzione semplice.

Per tale via la Corte di cassazione ha quindi inteso

qualificare il necessario contraddittorio, fra funzionario

dell’Agenzia delle entrate e contribuente, alla

stregua di uno strumento giuridico capace di «personalizzare

» (vale a dire di «soggettivizzare») i risultati

statistici attribuibili allo stesso contribuente

chiamato a giustificare i minori proventi conseguiti.

A sua volta il funzionario dell’Agenzia delle entrate

può respingere o accogliere, in tutto o in parte,

dette giustificazioni, meglio se addirittura in accordo

con il contribuente anche in via forfetaria

e/o transattiva, cosa questa che, ancora una volta,

tradisce ulteriormente il principio di soggettività

dei ricavi.

Risulta dunque chiaro che l’Agenzia delle entrate

e la Corte di cassazione «caricano» il contraddittorio

di una funzione di «effettività» dei ricavi che,

invece, esso non possiede risolvendosi in un rimedio

solo fittizio ed apparente.

Insufficienza

del contraddittorio

A comprova dell’inidoneità

del contraddittorio a «trasformare

» i risultati statistici

(studi di settore) in risultati

personali ed effettivi sono

stati anche posti in risalto altri

aspetti di un «fisiologico»

squilibrio esistente nel confronto

fra funzionario, forte

di una presunzione semplice,

da una parte, e contribuente,

su cui grava l’improbo onere

della prova contraria, dall’altra

parte.

A riprova dell’insanabilità di

detto squilibrio sono state evidenziate le seguenti

realtà:

a) assoluta impossibilità di contestare i risultati

degli studi di settore in quanto determinati da elaborazioni

statistico-matematiche talmente complesse

e sofisticate da risultare non verificabili né

dai contribuenti interessati né dai loro anche più

esperti difensori;

b) utilizzo di regole illogiche e di determinazioni

soggettive nelle elaborazioni statistiche degli studi

di settore. Valga ricordare qui anche solo l’esclusione

delle imprese in perdita dal campione rappresentativo

il quale costituisce un «non senso»

persino sul piano statistico;

c) ininfluenza delle posizioni soggettive dell’imprenditore

che, invece, incidono normalmente sull’andamento

della gestione.

Valga ricordare anche solo il grado di predisposizione

attitudinale e della capacità intellettiva ed

intuitiva dell’imprenditore, la sua formazione tecnica

e commerciale per non ripetere qui altre posizioni

soggettive sicuramente influenti sui risultati

economici dell’impresa.

Malgrado le limitazioni appena riferite il contribuente

è obbligato a confrontarsi con i risultati degli

studi di settore, apoditticamente attribuibili alla

sua specifica posizione; per contro egli può solo

dimostrare la loro inapplicabilità nel suo caso con-

Note:

(1) In GT – Riv. giur. trib. n. 4/2005, pag. 309, con commento di R.

Fanelli, e in Banca Dati BIG, IPSOA.

(2) In Banca Dati BIG, IPSOA.

Insufficienza del contraddittorio

Nel necessario contraddittorio tra

funzionario e contribuente per

accertamenti da studi di settore il

contribuente è nell’assoluta

impossibilità di contestare i risultati

degli studi in quanto determinati da

elaborazioni statistico-matematiche

tanto complesse e sofisticate da

risultare sostanzialmente non

verificabili ed avulse da qualsiasi

influenza delle posizioni soggettive

dell’imprenditore che, invece,

incidono normalmente sull’andamento

della gestione.

IL PROBLEMA APERTO

Corriere Tributario 22/2011 1779

IVA

creto per essere egli stesso,

ovvero la sua impresa, colpiti

da taluna delle eccezionali situazioni

di carenza restrittivamente

riconosciute dall’Agenzia

delle entrate, quali

una eventuale malattia significativa,

una calamità dell’impresa

e simili.

Sembra dunque pacifico che,

in buona sostanza, le risultanze

da studi di settore costituiscano

postulati di proventi e

redditi imponibili comunque

predeterminabili sulla base

dei soli fattori produttivi pur nell’ignoranza completa

del valore imprenditoriale e di tutte le altre

variabili proprie di qualsiasi fattispecie d’impresa.

Il tutto con buona pace dell’effettività dei ricavi e

proventi, attesa anche l’impossibilità, per il contribuente,

di far valere le risultanze della propria

contabilità ancorché questa non sia mai risultata

contestata.

Infine, l’ulteriore allontanamento dalla necessaria

soggettività dei ricavi si verifica quando il contribuente

viene indotto ad adeguare spontaneamente i

propri ricavi a livelli comunque scollegati dai suoi

risultati effettivi ovvero quando lo stesso contribuente,

conscio delle sue limitazioni probatorie in

commento, non abbia partecipato al contradditorio

dando luogo all’attribuzione automatica dei ricavi

da studi di settore ancorché non altrimenti provati.

Aspetti di analogia con il condono IVA

Un altro elemento posto a fondamento della denuncia

in commento è costituito dall’analogia (ben

dettagliata nell’aggregato II/B, n. 1) esistente fra il

condono «semplice» IVA (dichiarato illegittimo

dalla Corte di giustizia, Grande Sezione, con sentenza

17 luglio 2008, causa C-132/06, «Commissione

UE/Italia») (3) ed l’«adeguamento spontaneo

» mediante il quale, versando una maggiorazione

del 3% di detto adeguamento, il contribuente

può godere della franchigia prevista dall’art. 10-

ter della legge 8 maggio 1998, n. 146.

Illegittimità dell’inversione

dell’onere della prova

La denuncia evidenzia anche come il già spiegato

squilibrio a danno del contribuente

in sede di contraddittorio

renda assai difficoltosa

la prova contraria posta a suo

carico, sì da tradurre la sostanziale

inversione dell’onere

della prova in una vera e

propria presunzione di «colpevolezza

» con un onere «ad

handicap» per lo stesso contribuente,

presunto «colpevole

».

La denuncia richiama, al riguardo,

le pronunce della

Corte di giustizia del 9 dicembre

2003, causa C-129/00, «Commissione

UE/Repubblica italiana» (4) e del 9 luglio 2009,

causa C-397/07, «Commissione UE/Regno di Spagna

», laddove viene dichiarata illegittima l’inversione

dell’onere della prova quando questa risulti

particolarmente difficile e laddove (p. 29 e 30 della

seconda sentenza citata) viene proibito applicare

il predetto regime in via generalizzata essendo

consentito applicarlo solo in circostanze «specifiche

» che integrino una pratica abusiva o fraudolenta

(come anche già in sentenza Corte di giustizia

UE, 7 giugno 2007, causa C-178/05, «Commissione

UE/Grecia») (4).

Malgrado negli ultimi tempi la generalizzata inversione

dell’onere della prova sembri divenuta

oggetto di un’incomprensibile indulgenza da parte

della Commissione europea, la competente Commissione

denunciante (AIDC) sta valutando egualmente

l’opportunità di estendere la denuncia in

commento, ora formulata ai soli fini IVA, anche ai

fini delle imposte dirette facendo valere, fra altri

pertinenti motivi, anche quello dell’inversione dell’onere

della prova attesa la descritta posizione di

squilibrio sostanziale del contribuente.

E ciò in quanto la finalità della denuncia non è

volta solo all’ottenimento di un intervento risolutore

da parte della Commissione europea nell’ambito

dei suoi compiti di vigilanza sulle norme confliggenti

con il diritto comunitario, ma (la denuncia)

è anche tesa a sorreggere le ragioni dei contri-

Note:

(3) In GT – Riv. giur. trib. n. 11/2008, pag. 937, con commento di G.

Tinelli, e in Banca Dati BIG, IPSOA.

(4) In Banca Dati BIG, IPSOA.

Analogia con il condono IVA

Un elemento posto a fondamento della

denuncia di illegittimità comunitaria

degli accertamenti IVA fondati sugli

studi di settore è costituito

dall’analogia fra il condono

«semplice» IVA, dichiarato illegittimo

dalla Corte di giustizia, e

l’«adeguamento spontaneo»

mediante il quale, versando una

maggiorazione del 3%, il contribuente

può godere della franchigia prevista

dalla normativa sugli studi di settore.

IL PROBLEMA APERTO

1780 Corriere Tributario 22/2011

IVA

buenti ingiustamente colpiti da accertamenti fondati

sugli studi di settore mediante la produzione

di loro idonei ricorsi nei quali poter fare, fin d’ora,

riferimento alla denuncia medesima se non addirittura

farne oggetto di relativa allegazione.

È personale pensiero di chi scrive che, malgrado la

Commissione europea resti istituzionalmente investita

di un importante compito di vigilanza sugli

Stati membri, essa riveste anche un fondamentale

ruolo «politico» quale Organo esecutivo dell’Unione

europea volto, fra l’altro, al mantenimento

dei necessari equilibri con gli stessi Stati; equilibri

questi che, talvolta, appaiono non del tutto

ininfluenti sul grado di rigore con cui vengono apprezzati

i denunciati conflitti normativi e di prassi

in tema fiscale.

Da qui la ritenuta opportunità di coinvolgere, con

idonei ricorsi, anche i giudici tributari nazionali

(in primo luogo Commissione tributaria provinciale

e Commissione tributaria regionale) che sono i

primi Giudici «naturali» della UE e, in quanto tali,

garanti del primato del diritto comunitario nonché

deputati – in caso di loro dubbi al riguardo – a ricorrere

pregiudizialmente alla Corte di giustizia

UE, sicuramente più impermeabile ad incidenze

diverse da quelle prettamente giuridiche.

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ESTERO VESTIZIONE Decreto Legislativo 19 giugno 1997, n. 218

12:33 pm in AVVOCATO ESTEROVESTIZIONE by dallasdon

Decreto Legislativo 19 giugno 1997, n. 218

“Disposizioni in materia di accertamento con adesione e di conciliazione giudiziale”


pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 165 del 17 luglio 1997


 

IL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA

Visti gli articoli 76 e 87 della Costituzione;

Visto l’articolo 3, comma 120, della legge 23 dicembre 1996, n. 662, recante delega al Governo per l’emanazione di uno o più decreti legislativi per la revisione organica della disciplina dell’accertamento con adesione e della conciliazione giudiziale;

Vista la preliminare deliberazione del Consiglio dei Ministri, adottata nella riunione del 21 marzo 1997;

Acquisito il parere della commissione parlamentare istituita a norma dell’articolo 3, comma 13, della citata legge n. 662 del 1996;

Vista la deliberazione del Consiglio dei Ministri, adottata nella riunione del 13 giugno 1997;

Sulla proposta del Ministro delle finanze, di concerto con i Ministri di grazia e giustizia e del tesoro;

E m a n a
il seguente decreto legislativo:

 

Titolo I
ACCERTAMENTO CON ADESIONE E CONCILIAZIONE GIUDIZIALE

Capo I
Accertamento con adesione

Art. 1.
Definizione degli accertamenti

1. L’accertamento delle imposte sui redditi e dell’imposta sul valore aggiunto puo’ essere definito con adesione del contribuente, secondo le disposizioni seguenti.

2. L’accertamento delle imposte sulle successioni e donazioni, di registro, ipotecaria, catastale e comunale sull’incremento di valore degli immobili, compresa quella decennale, puo’ essere definito con adesione anche di uno solo degli obbligati, secondo le disposizioni seguenti.

Art. 2.
Definizione degli accertamenti nelle imposte sui redditi e nell’imposta sul valore aggiunto

1. La definizione delle imposte sui redditi ha effetto anche per l’imposta sul valore aggiunto, relativamentealle fattispecie per essa rilevanti. In tal caso l’imposta sul valore aggiunto e’ liquidata applicando, sui maggiori componenti positivi di reddito rilevanti ai fini della stessa, l’aliquota media risultante dal rapporto tra l’imposta relativa alle operazioni imponibili, diminuita di quella relativa alle cessioni di beni ammortizzabili e di quella considerata detraibile forfettariamente in relazione ai singoli regimi speciali adottati, e il volume d’affari incrementato delle operazioni non soggette ad imposta e di quelle per le quali non sussiste l’obbligo di dichiarazione. Possono formare oggetto della definizione anche le fattispecie rilevanti ai soli fini dell’imposta sul valore aggiunto.

2. Puo’ essere oggetto di definizione anche la determinazione sintetica del reddito complessivo netto.

3. L’accertamento definito con adesione non e’ soggetto ad impugnazione, non e’ integrabile o modificabile da parte dell’ufficio e non rileva ai fini dell’imposta comunale per l’esercizio di imprese e di arti e professioni, nonche’ ai fini extratributari, fatta eccezione per i contributi previdenziali e assistenziali, la cui base imponibile e’ riconducibile a quella delle imposte sui redditi. La definizione esclude, anche con effetto retroattivo, in deroga all’articolo 20 della legge 7 gennaio 1929, n. 4, la punibilita’ per i reati previsti dal decreto – legge 10 luglio 1982, n. 429, convertito, con modificazioni, dalla legge 7 agosto 1982, n. 516, limitatamente ai fatti oggetto dell’accertamento; la definizione non esclude comunque la punibilita’ per i reati di cui agli articoli 2, comma 3, e 4 del medesimo decreto – legge.

4. La definizione non esclude l’esercizio dell’ulteriore azione accertatrice entro i termini previsti dall’articolo 43 del decreto del Presidente della Repubblica 29 settembre 1973, n. 600, relativo all’accertamento delle imposte sui redditi, e dall’articolo 57 del decreto del Presidente della Repubblica 26 ottobre 1972, n. 633, riguardante l’imposta sul valore aggiunto:
a) se sopravviene la conoscenza di nuovi elementi, in base ai quali e’ possibile accertare un maggior reddito, superiore al cinquanta per cento del reddito definito e comunque non inferiore a centocinquanta milioni di lire;
b) se la definizione riguarda accertamenti parziali;
c) se la definizione riguarda i redditi derivanti da partecipazione nelle societa’ o nelle associazioni indicate nell’articolo 5 del testo unico delle imposte sui redditi, approvato con decreto del Presidente della Repubblica 22 dicembre 1986, n. 917, ovvero in aziende coniugali non gestite in forma societaria;
d) se l’azione accertatrice e’ esercitata nei confronti delle societa’ o associazioni o dell’azienda coniugale di cui alla lettera c), alle quali partecipa il contribuente nei cui riguardi e’ intervenuta la definizione.

5. A seguito della definizione, le sanzioni per le violazioni concernenti i tributi oggetto dell’adesione commesse nel periodo d’imposta, nonche’ per le violazioni concernenti il contenuto delle dichiarazioni relative allo stesso periodo, si applicano nella misura di un quarto del minimo previsto dalla legge, ad eccezione di quelle applicate in sede di liquidazione delle dichiarazioni ai sensi dell’articolo 36 -bis del decreto del Presidente della Repubblica 29 settembre 1973, n. 600, e dell’articolo 60, sesto comma, del decreto del Presidente della Repubblica 26 ottobre 1972, n. 633, nonche’ di quelle concernenti la mancata, incompleta o non veritiera risposta alle richieste formulate dall’ufficio. Sulle somme dovute a titolo di contributi previdenziali e assistenziali di cui al comma 3 non si applicano sanzioni e interessi.

6. Le disposizioni dei commi da 1 a 5 si applicano anche in relazione ai periodi d’imposta per i quali era applicabile la definizione ai sensi dell’articolo 3 del decreto – legge 30 settembre 1994, n. 564, convertito, con modificazioni, dalla legge 30 novembre 1994, n. 656, e dell’articolo 2, comma 137, della legge 23 dicembre 1996, n. 662.

7. Le disposizioni del presente articolo si applicano, in quanto compatibili, anche ai sostituti d’imposta.

Art. 3.
Definizione degli accertamenti nelle altre imposte indirette

1. La definizione ha effetto per tutti i tributi di cui all’articolo 1, comma 2, dovuti dal contribuente, relativamente ai beni e ai diritti indicati in ciascun atto, denuncia o dichiarazione che ha formato oggetto di imposizione. Il valore definito vincola l’ufficio ad ogni ulteriore effetto limitatamente ai menzionati tributi. Sono escluse adesioni parziali riguardanti singoli beni o diritti contenuti nello stesso atto, denuncia o dichiarazione.

2. Se un atto contiene piu’ disposizioni che non derivano necessariamente, per la loro intrinseca natura, le une dalle altre, ciascuna di esse, se soggetta ad autonoma imposizione, costituisce oggetto di definizione come se fosse un atto distinto.

3. A seguito della definizione, le sanzioni dovute per ciascun tributo oggetto dell’adesione si applicano nella misura di un quarto del minimo previsto dalla legge.

4. L’accertamento definito con adesione non e’ soggetto ad impugnazione e non e’ integrabile o modificabile da parte dell’ufficio.

Capo II
Procedimento per la definizione degli accertamenti nelle imposte sui redditi e nell’imposta sul valore aggiunto.

Art. 4.
Competenza degli uffici

1. Competente alla definizione e’ l’ufficio delle entrate, nella cui circoscrizione il contribuente ha il domicilio fiscale.

2. Nel caso di esercizio di attivita’ d’impresa o di arti e professioni in forma associata, di cui all’articolo 5 del testo unico delle imposte sui redditi, approvato con decreto del Presidente della Repubblica 22 dicembre 1986, n. 917, ovvero in caso di azienda coniugale non gestita in forma societaria, l’ufficio competente all’accertamento nei confronti della societa’, dell’associazione o del titolare dell’azienda coniugale effettua la definizione anche del reddito attribuibile ai soci, agli associati o all’altro coniuge, con unico atto e in loro contraddittorio. Nei confronti dei soggetti che non aderiscono alla definizione o che, benche’ ritualmente convocati secondo le precedenti modalita’ non hanno partecipato al contraddittorio, gli uffici competenti procedono all’accertamento sulla base della stessa; non si applicano gli articoli 2, comma 5, e 15, comma 1, del presente decreto.

3. Fino all’entrata in funzione dell’ufficio delle entrate sono competenti l’ufficio distrettuale delle imposte dirette ovvero, nei casi disciplinati dall’articolo 6, comma 2, l’ufficio dell’imposta sul valore aggiunto, se la definizione ha ad oggetto esclusivamente fattispecie rilevanti ai fini di tale imposta.

4. Non si applicano le disposizioni dell’articolo 44 del decreto del Presidente della Repubblica 29 settembre 1973, n. 600, riguardante la partecipazione dei comuni all’accertamento dei redditi delle persone fisiche.

Art. 5.
Avvio del procedimento

1. L’ufficio invia al contribuente un invito a comparire, nel quale sono indicati:
a) i periodi di imposta suscettibili di accertamento;
b) il giorno e il luogo della comparizione per definire l’accertamento con adesione.

2. La richiesta di chiarimenti inviata al contribuente ai sensi dell’articolo 12, comma 1, del decreto – legge 2 marzo 1989, n. 69, convertito, con modificazioni, dalla legge 27 aprile 1989, n. 154, riguardante la determinazione induttiva di ricavi, compensi e volumi d’affari sulla base di coefficienti presuntivi, costituisce anche invito al contribuente per l’eventuale definizione dell’accertamento con adesione.

3. Fino all’entrata in funzione dell’ufficio delle entrate, l’ufficio distrettuale delle imposte dirette, dopo aver controllato la posizione del contribuente riguardo alle imposte sui redditi, richiede all’ufficio dell’imposta sul valore aggiunto la trasmissione degli elementi in suo possesso, rilevanti per la definizione dell’accertamento con adesione e invia al contribuente l’invito a comparire di cui al comma 1, dandone comunicazione all’ufficio dell’imposta sul valore aggiunto, che puo’ delegare un proprio funzionario a partecipare al procedimento. L’ufficio dell’imposta sul valore aggiunto, anche di propria iniziativa, trasmette all’ufficio distrettuale delle imposte dirette, gli elementi idonei alla formulazione di un avviso di rettifica ai sensi degli articoli 54 e 55 del decreto del Presidente della Repubblica 26 ottobre 1972, n. 633.

Art. 6.
Istanza del contribuente

1. Il contribuente nei cui confronti sono stati effettuati accessi, ispezioni o verifiche ai sensi degli articoli 33 del decreto del Presidente della Repubblica 29 settembre 1973, n. 600, e 52 del decreto del Presidente della Repubblica 26 ottobre 1972, n. 633, puo’ chiedere all’ufficio, con apposita istanza in carta libera, la formulazione della proposta di accertamento ai fini dell’eventuale definizione.

2. Il contribuente nei cui confronti sia stato notificato avviso di accertamento o di rettifica, non preceduto dall’invito di cui all’articolo 5, puo’ formulare anteriormente all’impugnazione dell’atto innanzi la commissione tributaria provinciale, istanza in carta libera di accertamento con adesione, indicando il proprio recapito, anche telefonico.

3. Il termine per l’impugnazione indicata al comma 2 e quello per il pagamento dell’imposta sul valore aggiunto accertata, indicato nell’articolo 60, primo comma, del decreto del Presidente della Repubblica 26 ottobre 1972, n. 633, sono sospesi per un periodo di novanta giorni dalla data di presentazione dell’istanza del contribuente; l’iscrizione a titolo provvisorio nei ruoli delle imposte accertate dall’ufficio, ai sensi dell’articolo 15, primo comma, del decreto del Presidente della Repubblica 29 settembre 1973, n. 602, e’ effettuata, qualora ne ricorrano i presupposti, successivamente alla scadenza del termine di sospensione. L’impugnazione dell’atto comporta rinuncia all’istanza.

4. Entro quindici giorni dalla ricezione dell’istanza di cui al comma 2, l’ufficio, anche telefonicamente o telematicamente, formula al contribuente l’invito a comparire. Fino all’attivazione dell’ufficio delle entrate, la definizione ha effetto ai soli fini del tributo che ha formato oggetto di accertamento. All’atto del perfezionamento della definizione, l’avviso di cui al comma 2 perde efficacia.

Art. 7.
Atto di accertamento con adesione

1. L’accertamento con adesione e’ redatto con atto scritto in duplice esemplare, sottoscritto dal contribuente e dal capo dell’ufficio o da un suo delegato. Nell’atto sono indicati, separatamente per ciascun tributo, gli elementi e la motivazione su cui la definizione si fonda, nonche’ la liquidazione delle maggiori imposte, delle sanzioni e delle altre somme eventualmente dovute, anche in forma rateale.

Art. 8.
Adempimenti successivi

1. Il versamento delle somme dovute per effetto dell’accertamento con adesione e’ eseguito entro venti giorni dalla redazione dell’atto di cui all’articolo 7, mediante delega ad una banca autorizzata o tramite il concessionario del servizio di riscossione competente in base all’ultimo domicilio fiscale del contribuente.

2. Le somme dovute possono essere versate anche ratealmente in un massimo di otto rate trimestrali di pari importo o in un massimo di dodici rate trimestrali se le somme dovute superano i cento milioni di lire. L’importo della prima rata e’ versato entro il termine indicato nel comma 1. Sull’importo delle rate successive sono dovuti gli interessi al saggio legale, calcolati dalla data di perfezionamento dell’atto di adesione, e per il versamento di tali somme il contribuente e’ tenuto a prestare garanzia con le modalita’ di cui all’articolo 38 -bis del decreto del Presidente della Repubblica 26 ottobre 1972, n. 633, per il periodo di rateazione del detto importo, aumentato di un anno.

3. Entro dieci giorni dal versamento dell’intero importo o di quello della prima rata il contribuente fa pervenire all’ufficio la quietanza dell’avvenuto pagamento e la documentazione relativa alla prestazione della garanzia. L’ufficio rilascia al contribuente copia dell’atto di accertamento con adesione.

4. Con decreto del Ministro delle finanze possono essere stabilite ulteriori modalita’ per il versamento di cui ai commi 1 e 2.

Art. 9.
Perfezionamento della definizione

1. La definizione si perfeziona con il versamento di cui all’articolo 8, comma 1, ovvero con il versamento della prima rata e con la prestazione della garanzia, previsti dall’articolo 8, comma 2.

Capo III
Procedimento per la definizione di altre imposte indirette

Art. 10.
Competenza degli uffici

1. Competente alla definizione e’ l’ufficio delle entrate.

2. Fino all’entrata in funzione dell’ufficio indicato nel comma 1, e’ competente l’ufficio del registro.

Art. 11.
Avvio del procedimento

1. L’ufficio invia ai soggetti obbligati un invito a comparire, nel quale sono indicati:
a) gli elementi identificativi dell’atto, della denuncia o della dichiarazione cui si riferisce l’accertamento suscettibile di adesione;
b) il giorno e il luogo della comparizione per definire l’accertamento con adesione.

Art. 12.
Istanza del contribuente

1. Nel caso in cui sia stato notificato avviso di accertamento, non preceduto dall’invito di cui all’articolo 11, il contribuente, anteriormente all’impugnazione dell’atto innanzi la commissione tributaria provinciale, puo’ formulare in carta libera istanza di accertamento con adesione, indicando il proprio recapito, anche telefonico.

2. La presentazione dell’istanza, anche da parte di un solo obbligato, comporta la sospensione, per tutti i coobbligati, dei termini per l’impugnazione indicata al comma 1 e di quelli per la riscossione delle imposte in pendenza di giudizio, per un periodo di novanta giorni. L’impugnazione dell’atto da parte del soggetto che abbia richiesto l’accertamento con adesione comporta rinuncia all’istanza.

3. Entro quindici giorni dalla ricezione dell’istanza, l’ufficio, anche telefonicamente o telematicamente, formula al contribuente l’invito a comparire.

4. All’atto del perfezionamento della definizione, l’avviso di cui al comma 1 perde efficacia.

Art. 13.
Atto di accertamento con adesione, adempimenti successivi e definizione

1. La definizione si perfeziona secondo quanto previsto dagli articoli 7, 8 e 9. Il versamento delle somme dovute per effetto dell’adesione e’ effettuato presso l’ufficio del registro.

Capo IV
Conciliazione giudiziale

Art. 14.
Disposizioni in materia di conciliazione giudiziale

1. L’articolo 48 del decreto legislativo 31 dicembre 1992, n. 546, come sostituito dall’articolo 12 del decreto – legge 8 agosto 1996, n. 437, convertito, con modificazioni, dalla legge 24 ottobre 1996, n. 556, e’ sostituito dal seguente:
“Art. 48 (Conciliazione giudiziale) . – 1. Ciascuna delle parti con l’istanza prevista dall’articolo 33, puo’ proporre all’altra parte la conciliazione totale o parziale della controversia.
2. La conciliazione puo’ aver luogo solo davanti alla commissione provinciale e non oltre la prima udienza, nella quale il tentativo di conciliazione puo’ essere esperito d’ufficio anche dalla commissione.
3. Se la conciliazione ha luogo, viene redatto apposito processo verbale nel quale sono indicate le somme dovute a titolo d’imposta, di sanzioni e di interessi. Il processo verbale costituisce titolo per la riscossione delle somme dovute mediante versamento diretto in un’unica soluzione ovvero in forma rateale, in un massimo di otto rate trimestrali di pari importo, ovvero in un massimo di dodici rate trimestrali se le somme dovute superano i cento milioni di lire, previa prestazione di idonea garanzia secondo le modalita’ di cui all’articolo 38 -bis del decreto del Presidente della Repubblica 26 ottobre 1972, n. 633. La conciliazione si perfeziona con il versamento, entro il termine di venti giorni dalla data di redazione del processo verbale, dell’intero importo dovuto ovvero della prima rata e con la prestazione della predetta garanzia sull’importo delle rate successive, comprensivo degli interessi al saggio legale calcolati con riferimento alla stessa data, e per il periodo di rateazione di detto importo aumentato di un anno. Per le modalita’ di versamento si applica l’articolo 5 del decreto del Presidente della Repubblica 28 settembre 1994, n. 592. Le predette modalita’ possono essere modificate con decreto del Ministro delle finanze, di concerto con il Ministro del tesoro.
4. Qualora una delle parti abbia proposto la conciliazione e la stessa non abbia luogo nel corso della prima udienza, la commissione puo’ assegnare un termine non superiore a sessanta giorni, per la formazione di una proposta ai sensi del comma 5.
5. L’ufficio puo’, sino alla data di trattazione in camera di consiglio, ovvero fino alla discussione in pubblica udienza, depositare una proposta di conciliazione alla quale l’altra parte abbia previamente aderito. Se l’istanza e’ presentata prima della fissazione della data di trattazione, il presidente della commissione, se ravvisa la sussistenza dei presupposti e delle condizioni di ammissibilita’, dichiara con decreto l’estinzione del giudizio. La proposta di conciliazione ed il decreto tengono luogo del processo verbale di cui al comma 3. Il decreto e’ comunicato alle parti ed il versamento dell’intero importo o della prima rata deve essere effettuato entro venti giorni dalla data della comunicazione. Nell’ipotesi in cui la conciliazione non sia ritenuta ammissibile il presidente della commissione fissa la trattazione della controversia. Il provvedimento del presidente e’ depositato in segreteria entro dieci giorni dalla data di presentazione della proposta.
6. In caso di avvenuta conciliazione le sanzioni amministrative si applicano nella misura di un terzo delle somme irrogate.”.

2. All’articolo 37 del decreto legislativo 31 dicembre 1992, n. 545, concernente l’attivita’ di indirizzo agli uffici periferici, dopo il comma 4, e’ aggiunto, in fine, il seguente:
“4 -bis. Il dirigente dell’ufficio del Ministero delle finanze di cui all’articolo 11, comma 2, del decreto legislativo 31 dicembre 1992, n. 546, riguardante la capacita’ di stare in giudizio, stabilisce le condizioni necessarie per la formulazione o l’accettazione della proposta di conciliazione di cui all’articolo 48 del citato decreto legislativo n. 546 del 1992.”.

Titolo II
DISPOSIZIONI FINALI

Art. 15.
Sanzioni applicabili nel caso di omessa impugnazione

1. Le sanzioni irrogate per le violazioni indicate nell’articolo 2, comma 5, del presente decreto, nell’articolo 71 del testo unico delle disposizioni concernenti l’imposta di registro, approvato con decreto del Presidente della Repubblica 26 aprile 1986, n. 131, e nell’articolo 50 del testo unico delle disposizioni concernenti l’imposta sulle successioni e donazioni, approvato con decreto del Presidente della Repubblica 31 ottobre 1990, n. 346, sono ridotte a un quarto se il contribuente rinuncia ad impugnare l’avviso di accertamento o di liquidazione e a formulare istanza di accertamento con adesione, provvedendo a pagare, entro il termine per la proposizione del ricorso, le somme complessivamente dovute, tenuto conto della predetta riduzione.

2. Si applicano le disposizioni dell’articolo 8, commi 2 e 3. Con decreto del Ministro delle finanze sono stabilite le modalita’ di versamento delle somme dovute.

Art. 16.
Controlli sulla base della copia delle dichiarazioni

1. Qualora successivamente all’accertamento le dichiarazioni presentate ai fini delle imposte sui redditi e dell’imposta sul valore aggiunto risultino difformi dalle copie acquisite nel corso dell’attivita’ di controllo ovvero ne risulti omessa la presentazione, gli uffici procedono all’accertamento e alla liquidazione delle imposte dovute e possono integrare, modificare o revocare gli atti gia’ notificati, nonche’ irrogare o revocare le relative sanzioni. La conservazione della copia delle dichiarazioni e’ obbligatoria per i soggetti che devono tenere le scritture contabili, nonche’ per i soci o associati di societa’ o associazioni di cui all’articolo 5 del testo unico delle imposte sui redditi, approvato con decreto del Presidente della Repubblica 22 dicembre 1986, n. 917, o per il coniuge dell’azienda coniugale non gestita in forma societaria.

Art. 17.
Abrogazioni e delegificazione

1. Sono abrogati:
a) i commi 2 e 3 dell’articolo 5 del decreto – legge 27 aprile 1990, n. 90, convertito, con modificazioni, dalla legge 27 giugno 1990, n. 165, riguardanti la definizione delle pendenze tributarie;
b) gli articoli 2 -bis e 2 -ter del decreto – legge 30 settembre 1994, n. 564, convertito, con modificazioni, dalla legge 30 novembre 1994, n. 656, riguardanti l’accertamento con adesione;
c) il quarto comma dell’articolo 54 del decreto del Presidente della Repubblica 29 settembre 1973, n. 600, riguardante l’applicazione in misura ridotta delle sanzioni in caso di rinuncia all’impugnazione dell’accertamento.

2. Con effetto dalla data di entrata in vigore del .presente decreto legislativo sono abrogate tutte le altre disposizioni con esso incompatibili.

3. Le disposizioni dei capi II e III del titolo I possono essere integrate o modificate con regolamento da emanare ai sensi dell’articolo 17, comma 2, della legge 23 agosto 1988, n. 400

 

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ESTEROVESTIZIONE ACCERTAMENTO CON ADESIONE

11:13 am in AVVOCATO AGENZIA DELLE ENTRATE, AVVOCATO ESTEROVESTIZIONE by dallasdon

ESTEROVESTIZIONE ACCERTAMENTO CON ADESIONE

ESTEROVESTIZIONE: Devi dimostrare che l’AMMINISTRAZIONE della tua azienda estera è gestita dall’ estero e l’OGGETTO cioè i clienti della tua azienda straniera non sono italiani per più del 50% del totale del fatturato. Se ad esempio vendi in 5 paesi compresa l’ Italia la quota italiana non deve superare nessun altro stato.

Quando vogliono effettuare un controllo procedono in questo modo.

A me sono arrivati tramite il magazzino italiano dove avevo richiesto l’identificazione IVA per poter avere un magazzino italiano intestato alla mia azienda straniera e perchè ho richiesto il rimborso IVA credendo (grazie alla mia commercialista!) che la mia posizione fosse regolare !!!

Comunque arrivano e ti fanno delle domande per sapere se l’amministrazione dell’azienda viene  effettivamente gestita nel paese in cui hai aperto l’azienda. Chiaramente devi rispondere che gestisci tutto dal paese straniero.

E’ chiaro che se hai aperto in un altro paese devi dimostrare che non hai uffici in Italia e gestisci tutto dal paese straniero, l’unico modo per essere al sicuro al 100% è avere l’iscrizione all AIRE cioè essere residente nel paese dell’azienda straniera. Altre prove possono essere avere scontrini, fatture del paese straniero e tenere le ricevute dei pedaggi autostradali.

Fatto questo ti chiederanno i documenti contabili dell’azienda straniera. Qua ti giochi tutto perchè se hai dei clienti italiani superioriori al 50% degli altri paesi in cui vendi, su tutti quei client,i ti chiederanno (anche se è illegittimo) l’IVA italiana.

E’ a questo punto che bisogna consultare un buon avvocato che ha già affrontato il problema e decidere per voi se è meglio consegnare i documenti oppure no. Perche?

Io in fiducia ho consegnato tutti i documenti contabili dell’azienda straniera.  Per un periodo di imposta, avendo avuto molti clienti italiani mi hanno imputato IVA da restituire (io non l’ho mai inscassata!!!) per 97.000 Euro che supera i 50.000 Euro e mi fa quindi scattare addirittura il penale da 6 mesi a due anni.

Forse la soluzione è non presentare i documenti e andare in battaglia subito visto che un paese della Comunità Europea non può chiedere ad una società di un altro paese in modo arbitrario i documenti contabili ma al massimo fare una segnalazione nel paese straniero dell’azienda.

L’associazione italiana dei dottori commercialisti AIDC ha già scritto una lettera alla commisione europea sulla illegittimità del provedimento di esterovestizione e rimborso IVA.

Per chi vuole saperne di più:

http://milano.aidc.pro/public/JH%20Corriere%20Tributario_47.pdf

http://www.ilsole24ore.com/art/norme-e-tributi/2011-11-08/fissata-linea-confine-rispettare-215349.shtml?uuid=AaMIrvJE

Quando si viene imputati di esterovestizione si hanno comunque principalmente due strade:

1) Di aderire entro 60 gg al PVC ovvero al procedimento verbale di constatazione con riduzione delle sanzioni a 1/6 ma accettando completamente gli importi riscontrati.

2) Di effettuare quando arriva la NOTIFICA DI ACCERTAMEMTO entro 60 gg l’ACCERTAMENTO CON ADESIONE con riduzione delle sanzioni a 1/3 e dove io proverò le seguenti azioni.

a)  Far notare che gli importi IVA richiesti sono illeggittimi perchè è illegittimo richiedere l’IVA non riscossa ad una società straniera della Comunità Europea perchè questo va contro gli accordi della Comunità Europea e pechè i tuoi clienti italiani l’hanno già pagata, è come se lo stato italiano volesse incassarla due volte. Allego il link che stamperò  e presenterò:

http://milano.aidc.pro/public/JH%20Corriere%20Tributario_47.pdf

b) Visto che alcune fatture non potevano essere messe nella contabilità della ditta straniera ho cercato tutte le spese che invece possono rientrare nel loro calcolo come contabilità italiana, un contratto di comodato per il magazzino italiano e tutte le spese aggiungibili anche su consiglio di un buon commercialista.

In base alla mia esperienza se l’ esterovestizione non è sanabile subito visto gli importi IVA e IRES l’unica carta da giocarsi è quella relativa al punto 2 ovvero l’ACCERTAMENTO CON ADESIONE dove è possibile cercare di non farsi imputare l’IVA e abbassare gli importi su cui viene calcolata l’IRES cioè la tassazione del reddito. In questa fase l’agenzia delle entrate decide se accettare le proposte del contribuente o rischiare di andare di fronte alla commissione tributaria.

A me mi hanno detto che di solito una riduzione da 1/3 ad un massimo di 1/2 degli importi richiesti, grazie ad appropriata documentazione (spese di fatture italiane o straniere imputabili all’azienda straniera), viene solitamente accettata. La motivazione è che l’Agenzia delle Entrate accetta pur di non andare in giudizio davanti a una commissione tributaria o per contro, rischiare di non tirare su niente e di rovinare completamente un imprenditore che decide a quel punto di non pagare niente e lasciarsi rovinare !!!

Io ho prceduto entro i 60 giorni dal processo verbale che mi hanno redatto e fatto farmira mandando con ricevuta di ritorno tramite posta l’ istanza di accertamento che trovate a questo link:

istanza di accertemento con adesione

Fate una raccomandata per ogni anno imputato con la copia dell’istanza di accertamento allegata.

A questo punto hanno 90 giorni per chiamarvi, a me mi hanno chiamato dopo due settimane! Da quando avete inviato l’istanza dovete essere già pronti con i documenti da presentare che devono essere quelli elencati sopra: illegittimità iva e fatture aggiunte. Cercate di produrre materiale soprattutto estero, chiedete a un commercialista di fiducia.

E’ probabile che vi scontino le fatture che allegate in più ma non l’iva. Quella bisogna provare di scontarla davanti alla commissione tributaria dove è invertito l’onere della prova ed è l’agenzia delle entrate a dover dimostrare che i vostri clienti non hanno pagato l’iva. Allego documento da cui trarre la legge che dice che per il 2008 e 2009 è chi registra la fattura a dover pagare l’iva italiana allo stato.

Come si registra una fattura di acquisto IVA intracomunitaria

Il 20 di Aprile ho l’incontro, per portare i documenti, vi faccio sapere come va a finire.

Non lasciatevi rovinare, reagite, ci dicono che siamo dei criminali perchè non paghiamo le loro tasse che sono insostenibili! Sono con voi chiunque voi siate, se posso aiutarvi lo farò volentieri. Scrivete le vostre domande e cercherò di rispondervi.

 

Cosa succede dopo?: Mediazione Tributaria

La procedura dell’ufficio
La norma prevede che decorsi 90 giorni dal ricevimento dell’istanza, senza che sia stato notificato l’accoglimento o conclusa la mediazione, il reclamo produce gli effetti del ricorso.
L’Agenzia delle Entrate può attivarsi e comunicare il diniego al contribuente nel caso in cui non vi siano i presupposti per procedere all’annullamento dell’atto o per concludere la mediazione.
La trattazione dell’istanza di mediazione è effettuata dalle “apposite strutture diverse ed autonome da quelle che curano l’istruttoria degli atti reclamabili”, ai sensi del comma 5 dell’articolo 17-bis, individuate dalla circolare n. 9/2012 negli Uffici legali delle Direzioni provinciali e regionali.
L’accordo di mediazione è firmato dal Direttore provinciale o regionale ovvero da un suo delegato.

La notifica degli atti del procedimento di mediazione
Il provvedimento di accoglimento o il diniego dell’istanza di mediazione tributaria possono essere notificati come qualsiasi atto tributario, ai sensi dall’articolo 60 del DPR n. 600/1973, o comunicati più celermente tramite posta elettronica certificata (Pec).
Gli atti inerenti al procedimento di mediazione attengono alla fase amministrativa, antecedente al processo tributario, ecco il motivo della loro possibile notifica mediante Pec.
Deve essere ancora avviato, infatti, il processo tributario telematico. Dalla data di entrata in vigore del Dl n. 98/2011 (6 luglio 2011), nel caso in cui venga instaurato un ricorso alla Commissione tributaria provinciale, l’indirizzo di Pec del difensore e delle parti dovrà essere obbligatoriamente indicato (articoli 16, comma 1-bis, e 18, comma 2, lettera b), del Dlgs n. 546/1992) e, qualora il difensore non osservi tale obbligo, il contributo unificato verrà aumentato della metà. Tuttavia, solo a seguito della emanazione del regolamento previsto dall’articolo 39, comma 8, lettera d), del Dl n. 98/2011, sarà possibile notificare tramite Pec gli atti del processo tributario, compreso il ricorso e l’istanza di mediazione, che potrebbe trasformarsi in ricorso nel caso di infruttuoso epilogo della stessa.
La circolare n. 9/E del 19 marzo ha precisato che il provvedimento di accoglimento o il diniego dell’istanza potranno essere comunicati anche avvalendosi dei recapiti di posta elettronica ordinaria o fax indicati dall’istante in caso di particolari esigenze di speditezza e celerità del procedimento amministrativo di mediazione.

Come ricevere la notifica tramite Pec
Non è una novità la notifica tramite Pec degli atti amministrativi. In via generale, è già prevista dal Codice dell’amministrazione digitale (Dlgs n. 82/2005) e, in virtù del combinato disposto degli articoli 6 e 48 dello stesso Cad, può essere utilizzata anche per il procedimento di mediazione.
L’articolo 48, comma 2, del Cad prevede che la trasmissione del documento informatico per via telematica, effettuata tramite Pec, equivale, salvo che la legge disponga diversamente, alla notificazione per mezzo della posta.
La circolare n. 9/2012 ha chiarito che, per avere tramite Pec conoscenza dell’accoglimento o diniego dell’istanza di mediazione, è necessario procedere secondo quanto previsto dall’articolo 6, comma 1, del Cad. In particolare, bisogna indicare nell’istanza il proprio indirizzo di posta elettronica certificata, come indicato dal modello allegato alla circolare n. 9/2012. In tal modo, il contribuente manifesta il suo assenso a che l’invito al contraddittorio, le comunicazioni e le notificazioni relative al procedimento di mediazione siano inviate tramite Pec.
Tale dichiarazione vincola solo il dichiarante e non l’Agenzia, la quale, comunque, ha precisato che utilizzerà la Pec quale mezzo preferenziale di comunicazione al contribuente degli atti emessi in esito al procedimento amministrativo di mediazione.

Cosa può fare il contribuente per tutelarsi: il ricorso
Avverso il diniego o il provvedimento di accoglimento parziale non è possibile opporre ricorso, non si tratta di atti impugnabili, ma il contribuente è tutelato dalla facoltà di costituirsi in giudizio mediante il deposito del ricorso.
Se la mediazione tributaria non è stata conclusa o non si è perfezionata per mancato versamento delle somme dovute a seguito dell’accordo, il contribuente può costituirsi in giudizio o rinunciare a proseguire il contenzioso, rendendo definitivo l’atto impositivo originario.
L’articolo 17-bis, comma 9, stabilisce che “Decorsi novanta giorni senza che sia stato notificato l’accoglimento del reclamo o senza che sia stata conclusa la mediazione, il reclamo produce gli effetti del ricorso. I termini di cui agli articoli 22 e 23 decorrono dalla predetta data. Se l’Agenzia delle entrate respinge il reclamo in data antecedente, i predetti termini decorrono dal ricevimento del diniego. In caso di accoglimento parziale del reclamo, i predetti termini decorrono dalla notificazione dell’atto di accoglimento parziale“. Da tali date si computano, dunque, i termini per la costituzione in giudizio del ricorrente e della parte resistente. In pratica, anche se istanza e ricorso sono coincidenti, è bene considerare che possono succedersi due fasi, la prima amministrativa e la seconda processuale, e che solo l’istanza depositata dal contribuente presso la segreteria della Commissione tributaria provinciale, entro 30 giorni dalle date sopra indicate, produce gli effetti del ricorso.

Il diniego vale come controdeduzioni dell’ufficio
Il contenuto del provvedimento di diniego, in caso di successiva costituzione in giudizio da parte del contribuente, vale come atto di controdeduzioni. Nel diniego, l’Agenzia espone in modo completo e dettagliato le ragioni, di fatto e di diritto, poste a fondamento della pretesa tributaria.
Nel giudizio eventualmente instaurato viene esaminato il corretto espletamento del procedimento di mediazione, anche ai fini della liquidazione delle spese.
L’Agenzia, dunque, sarà molto scrupolosa nel valutare le ragioni del contribuente non solo per evitare il contenzioso ma anche perché all’interno dell’atto di diniego dovranno essere descritte le attività svolte nel corso del procedimento di mediazione, sia al fine di chiedere la condanna del contribuente al pagamento delle somme di cui al comma 10 dell’articolo 17-bis, sia allo scopo di illustrare al giudice i motivi in base ai quali si è ritenuto di disattendere l’eventuale proposta di mediazione formulata dal contribuente.
La ratio del nuovo istituto è proprio quella di instaurare un dialogo sistematico con il contribuente per ridurre i rinvii alla fase giurisdizionale. La circolare n. 9/2012 rafforza la nuova visione del rapporto tra chi paga le imposte e l’Agenzia delle Entrate, improntata al principio di buona amministrazione e sulla centralità della obbligatoria valutazione del comportamento delle parti, trasfuso anche nel diniego in caso di esito negativo della mediazione.

 

 

In allegato “Disposizioni in materia di accertamento con adesione e di conciliazione giudiziale”


pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 165 del 17 luglio 1997


 

IL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA

Visti gli articoli 76 e 87 della Costituzione;

Visto l’articolo 3, comma 120, della legge 23 dicembre 1996, n. 662, recante delega al Governo per l’emanazione di uno o più decreti legislativi per la revisione organica della disciplina dell’accertamento con adesione e della conciliazione giudiziale;

Vista la preliminare deliberazione del Consiglio dei Ministri, adottata nella riunione del 21 marzo 1997;

Acquisito il parere della commissione parlamentare istituita a norma dell’articolo 3, comma 13, della citata legge n. 662 del 1996;

Vista la deliberazione del Consiglio dei Ministri, adottata nella riunione del 13 giugno 1997;

Sulla proposta del Ministro delle finanze, di concerto con i Ministri di grazia e giustizia e del tesoro;

E m a n a
il seguente decreto legislativo:

 

Titolo I
ACCERTAMENTO CON ADESIONE E CONCILIAZIONE GIUDIZIALE

Capo I
Accertamento con adesione

Art. 1.
Definizione degli accertamenti

1. L’accertamento delle imposte sui redditi e dell’imposta sul valore aggiunto puo’ essere definito con adesione del contribuente, secondo le disposizioni seguenti.

2. L’accertamento delle imposte sulle successioni e donazioni, di registro, ipotecaria, catastale e comunale sull’incremento di valore degli immobili, compresa quella decennale, puo’ essere definito con adesione anche di uno solo degli obbligati, secondo le disposizioni seguenti.

Art. 2.
Definizione degli accertamenti nelle imposte sui redditi e nell’imposta sul valore aggiunto

1. La definizione delle imposte sui redditi ha effetto anche per l’imposta sul valore aggiunto, relativamentealle fattispecie per essa rilevanti. In tal caso l’imposta sul valore aggiunto e’ liquidata applicando, sui maggiori componenti positivi di reddito rilevanti ai fini della stessa, l’aliquota media risultante dal rapporto tra l’imposta relativa alle operazioni imponibili, diminuita di quella relativa alle cessioni di beni ammortizzabili e di quella considerata detraibile forfettariamente in relazione ai singoli regimi speciali adottati, e il volume d’affari incrementato delle operazioni non soggette ad imposta e di quelle per le quali non sussiste l’obbligo di dichiarazione. Possono formare oggetto della definizione anche le fattispecie rilevanti ai soli fini dell’imposta sul valore aggiunto.

2. Puo’ essere oggetto di definizione anche la determinazione sintetica del reddito complessivo netto.

3. L’accertamento definito con adesione non e’ soggetto ad impugnazione, non e’ integrabile o modificabile da parte dell’ufficio e non rileva ai fini dell’imposta comunale per l’esercizio di imprese e di arti e professioni, nonche’ ai fini extratributari, fatta eccezione per i contributi previdenziali e assistenziali, la cui base imponibile e’ riconducibile a quella delle imposte sui redditi. La definizione esclude, anche con effetto retroattivo, in deroga all’articolo 20 della legge 7 gennaio 1929, n. 4, la punibilita’ per i reati previsti dal decreto – legge 10 luglio 1982, n. 429, convertito, con modificazioni, dalla legge 7 agosto 1982, n. 516, limitatamente ai fatti oggetto dell’accertamento; la definizione non esclude comunque la punibilita’ per i reati di cui agli articoli 2, comma 3, e 4 del medesimo decreto – legge.

4. La definizione non esclude l’esercizio dell’ulteriore azione accertatrice entro i termini previsti dall’articolo 43 del decreto del Presidente della Repubblica 29 settembre 1973, n. 600, relativo all’accertamento delle imposte sui redditi, e dall’articolo 57 del decreto del Presidente della Repubblica 26 ottobre 1972, n. 633, riguardante l’imposta sul valore aggiunto:
a) se sopravviene la conoscenza di nuovi elementi, in base ai quali e’ possibile accertare un maggior reddito, superiore al cinquanta per cento del reddito definito e comunque non inferiore a centocinquanta milioni di lire;
b) se la definizione riguarda accertamenti parziali;
c) se la definizione riguarda i redditi derivanti da partecipazione nelle societa’ o nelle associazioni indicate nell’articolo 5 del testo unico delle imposte sui redditi, approvato con decreto del Presidente della Repubblica 22 dicembre 1986, n. 917, ovvero in aziende coniugali non gestite in forma societaria;
d) se l’azione accertatrice e’ esercitata nei confronti delle societa’ o associazioni o dell’azienda coniugale di cui alla lettera c), alle quali partecipa il contribuente nei cui riguardi e’ intervenuta la definizione.

5. A seguito della definizione, le sanzioni per le violazioni concernenti i tributi oggetto dell’adesione commesse nel periodo d’imposta, nonche’ per le violazioni concernenti il contenuto delle dichiarazioni relative allo stesso periodo, si applicano nella misura di un quarto del minimo previsto dalla legge, ad eccezione di quelle applicate in sede di liquidazione delle dichiarazioni ai sensi dell’articolo 36 -bis del decreto del Presidente della Repubblica 29 settembre 1973, n. 600, e dell’articolo 60, sesto comma, del decreto del Presidente della Repubblica 26 ottobre 1972, n. 633, nonche’ di quelle concernenti la mancata, incompleta o non veritiera risposta alle richieste formulate dall’ufficio. Sulle somme dovute a titolo di contributi previdenziali e assistenziali di cui al comma 3 non si applicano sanzioni e interessi.

6. Le disposizioni dei commi da 1 a 5 si applicano anche in relazione ai periodi d’imposta per i quali era applicabile la definizione ai sensi dell’articolo 3 del decreto – legge 30 settembre 1994, n. 564, convertito, con modificazioni, dalla legge 30 novembre 1994, n. 656, e dell’articolo 2, comma 137, della legge 23 dicembre 1996, n. 662.

7. Le disposizioni del presente articolo si applicano, in quanto compatibili, anche ai sostituti d’imposta.

Art. 3.
Definizione degli accertamenti nelle altre imposte indirette

1. La definizione ha effetto per tutti i tributi di cui all’articolo 1, comma 2, dovuti dal contribuente, relativamente ai beni e ai diritti indicati in ciascun atto, denuncia o dichiarazione che ha formato oggetto di imposizione. Il valore definito vincola l’ufficio ad ogni ulteriore effetto limitatamente ai menzionati tributi. Sono escluse adesioni parziali riguardanti singoli beni o diritti contenuti nello stesso atto, denuncia o dichiarazione.

2. Se un atto contiene piu’ disposizioni che non derivano necessariamente, per la loro intrinseca natura, le une dalle altre, ciascuna di esse, se soggetta ad autonoma imposizione, costituisce oggetto di definizione come se fosse un atto distinto.

3. A seguito della definizione, le sanzioni dovute per ciascun tributo oggetto dell’adesione si applicano nella misura di un quarto del minimo previsto dalla legge.

4. L’accertamento definito con adesione non e’ soggetto ad impugnazione e non e’ integrabile o modificabile da parte dell’ufficio.

Capo II
Procedimento per la definizione degli accertamenti nelle imposte sui redditi e nell’imposta sul valore aggiunto.

Art. 4.
Competenza degli uffici

1. Competente alla definizione e’ l’ufficio delle entrate, nella cui circoscrizione il contribuente ha il domicilio fiscale.

2. Nel caso di esercizio di attivita’ d’impresa o di arti e professioni in forma associata, di cui all’articolo 5 del testo unico delle imposte sui redditi, approvato con decreto del Presidente della Repubblica 22 dicembre 1986, n. 917, ovvero in caso di azienda coniugale non gestita in forma societaria, l’ufficio competente all’accertamento nei confronti della societa’, dell’associazione o del titolare dell’azienda coniugale effettua la definizione anche del reddito attribuibile ai soci, agli associati o all’altro coniuge, con unico atto e in loro contraddittorio. Nei confronti dei soggetti che non aderiscono alla definizione o che, benche’ ritualmente convocati secondo le precedenti modalita’ non hanno partecipato al contraddittorio, gli uffici competenti procedono all’accertamento sulla base della stessa; non si applicano gli articoli 2, comma 5, e 15, comma 1, del presente decreto.

3. Fino all’entrata in funzione dell’ufficio delle entrate sono competenti l’ufficio distrettuale delle imposte dirette ovvero, nei casi disciplinati dall’articolo 6, comma 2, l’ufficio dell’imposta sul valore aggiunto, se la definizione ha ad oggetto esclusivamente fattispecie rilevanti ai fini di tale imposta.

4. Non si applicano le disposizioni dell’articolo 44 del decreto del Presidente della Repubblica 29 settembre 1973, n. 600, riguardante la partecipazione dei comuni all’accertamento dei redditi delle persone fisiche.

Art. 5.
Avvio del procedimento

1. L’ufficio invia al contribuente un invito a comparire, nel quale sono indicati:
a) i periodi di imposta suscettibili di accertamento;
b) il giorno e il luogo della comparizione per definire l’accertamento con adesione.

2. La richiesta di chiarimenti inviata al contribuente ai sensi dell’articolo 12, comma 1, del decreto – legge 2 marzo 1989, n. 69, convertito, con modificazioni, dalla legge 27 aprile 1989, n. 154, riguardante la determinazione induttiva di ricavi, compensi e volumi d’affari sulla base di coefficienti presuntivi, costituisce anche invito al contribuente per l’eventuale definizione dell’accertamento con adesione.

3. Fino all’entrata in funzione dell’ufficio delle entrate, l’ufficio distrettuale delle imposte dirette, dopo aver controllato la posizione del contribuente riguardo alle imposte sui redditi, richiede all’ufficio dell’imposta sul valore aggiunto la trasmissione degli elementi in suo possesso, rilevanti per la definizione dell’accertamento con adesione e invia al contribuente l’invito a comparire di cui al comma 1, dandone comunicazione all’ufficio dell’imposta sul valore aggiunto, che puo’ delegare un proprio funzionario a partecipare al procedimento. L’ufficio dell’imposta sul valore aggiunto, anche di propria iniziativa, trasmette all’ufficio distrettuale delle imposte dirette, gli elementi idonei alla formulazione di un avviso di rettifica ai sensi degli articoli 54 e 55 del decreto del Presidente della Repubblica 26 ottobre 1972, n. 633.

Art. 6.
Istanza del contribuente

1. Il contribuente nei cui confronti sono stati effettuati accessi, ispezioni o verifiche ai sensi degli articoli 33 del decreto del Presidente della Repubblica 29 settembre 1973, n. 600, e 52 del decreto del Presidente della Repubblica 26 ottobre 1972, n. 633, puo’ chiedere all’ufficio, con apposita istanza in carta libera, la formulazione della proposta di accertamento ai fini dell’eventuale definizione.

2. Il contribuente nei cui confronti sia stato notificato avviso di accertamento o di rettifica, non preceduto dall’invito di cui all’articolo 5, puo’ formulare anteriormente all’impugnazione dell’atto innanzi la commissione tributaria provinciale, istanza in carta libera di accertamento con adesione, indicando il proprio recapito, anche telefonico.

3. Il termine per l’impugnazione indicata al comma 2 e quello per il pagamento dell’imposta sul valore aggiunto accertata, indicato nell’articolo 60, primo comma, del decreto del Presidente della Repubblica 26 ottobre 1972, n. 633, sono sospesi per un periodo di novanta giorni dalla data di presentazione dell’istanza del contribuente; l’iscrizione a titolo provvisorio nei ruoli delle imposte accertate dall’ufficio, ai sensi dell’articolo 15, primo comma, del decreto del Presidente della Repubblica 29 settembre 1973, n. 602, e’ effettuata, qualora ne ricorrano i presupposti, successivamente alla scadenza del termine di sospensione. L’impugnazione dell’atto comporta rinuncia all’istanza.

4. Entro quindici giorni dalla ricezione dell’istanza di cui al comma 2, l’ufficio, anche telefonicamente o telematicamente, formula al contribuente l’invito a comparire. Fino all’attivazione dell’ufficio delle entrate, la definizione ha effetto ai soli fini del tributo che ha formato oggetto di accertamento. All’atto del perfezionamento della definizione, l’avviso di cui al comma 2 perde efficacia.

Art. 7.
Atto di accertamento con adesione

1. L’accertamento con adesione e’ redatto con atto scritto in duplice esemplare, sottoscritto dal contribuente e dal capo dell’ufficio o da un suo delegato. Nell’atto sono indicati, separatamente per ciascun tributo, gli elementi e la motivazione su cui la definizione si fonda, nonche’ la liquidazione delle maggiori imposte, delle sanzioni e delle altre somme eventualmente dovute, anche in forma rateale.

Art. 8.
Adempimenti successivi

1. Il versamento delle somme dovute per effetto dell’accertamento con adesione e’ eseguito entro venti giorni dalla redazione dell’atto di cui all’articolo 7, mediante delega ad una banca autorizzata o tramite il concessionario del servizio di riscossione competente in base all’ultimo domicilio fiscale del contribuente.

2. Le somme dovute possono essere versate anche ratealmente in un massimo di otto rate trimestrali di pari importo o in un massimo di dodici rate trimestrali se le somme dovute superano i cento milioni di lire. L’importo della prima rata e’ versato entro il termine indicato nel comma 1. Sull’importo delle rate successive sono dovuti gli interessi al saggio legale, calcolati dalla data di perfezionamento dell’atto di adesione, e per il versamento di tali somme il contribuente e’ tenuto a prestare garanzia con le modalita’ di cui all’articolo 38 -bis del decreto del Presidente della Repubblica 26 ottobre 1972, n. 633, per il periodo di rateazione del detto importo, aumentato di un anno.

3. Entro dieci giorni dal versamento dell’intero importo o di quello della prima rata il contribuente fa pervenire all’ufficio la quietanza dell’avvenuto pagamento e la documentazione relativa alla prestazione della garanzia. L’ufficio rilascia al contribuente copia dell’atto di accertamento con adesione.

4. Con decreto del Ministro delle finanze possono essere stabilite ulteriori modalita’ per il versamento di cui ai commi 1 e 2.

Art. 9.
Perfezionamento della definizione

1. La definizione si perfeziona con il versamento di cui all’articolo 8, comma 1, ovvero con il versamento della prima rata e con la prestazione della garanzia, previsti dall’articolo 8, comma 2.

Capo III
Procedimento per la definizione di altre imposte indirette

Art. 10.
Competenza degli uffici

1. Competente alla definizione e’ l’ufficio delle entrate.

2. Fino all’entrata in funzione dell’ufficio indicato nel comma 1, e’ competente l’ufficio del registro.

Art. 11.
Avvio del procedimento

1. L’ufficio invia ai soggetti obbligati un invito a comparire, nel quale sono indicati:
a) gli elementi identificativi dell’atto, della denuncia o della dichiarazione cui si riferisce l’accertamento suscettibile di adesione;
b) il giorno e il luogo della comparizione per definire l’accertamento con adesione.

Art. 12.
Istanza del contribuente

1. Nel caso in cui sia stato notificato avviso di accertamento, non preceduto dall’invito di cui all’articolo 11, il contribuente, anteriormente all’impugnazione dell’atto innanzi la commissione tributaria provinciale, puo’ formulare in carta libera istanza di accertamento con adesione, indicando il proprio recapito, anche telefonico.

2. La presentazione dell’istanza, anche da parte di un solo obbligato, comporta la sospensione, per tutti i coobbligati, dei termini per l’impugnazione indicata al comma 1 e di quelli per la riscossione delle imposte in pendenza di giudizio, per un periodo di novanta giorni. L’impugnazione dell’atto da parte del soggetto che abbia richiesto l’accertamento con adesione comporta rinuncia all’istanza.

3. Entro quindici giorni dalla ricezione dell’istanza, l’ufficio, anche telefonicamente o telematicamente, formula al contribuente l’invito a comparire.

4. All’atto del perfezionamento della definizione, l’avviso di cui al comma 1 perde efficacia.

Art. 13.
Atto di accertamento con adesione, adempimenti successivi e definizione

1. La definizione si perfeziona secondo quanto previsto dagli articoli 7, 8 e 9. Il versamento delle somme dovute per effetto dell’adesione e’ effettuato presso l’ufficio del registro.

Capo IV
Conciliazione giudiziale

Art. 14.
Disposizioni in materia di conciliazione giudiziale

1. L’articolo 48 del decreto legislativo 31 dicembre 1992, n. 546, come sostituito dall’articolo 12 del decreto – legge 8 agosto 1996, n. 437, convertito, con modificazioni, dalla legge 24 ottobre 1996, n. 556, e’ sostituito dal seguente:
“Art. 48 (Conciliazione giudiziale) . – 1. Ciascuna delle parti con l’istanza prevista dall’articolo 33, puo’ proporre all’altra parte la conciliazione totale o parziale della controversia.
2. La conciliazione puo’ aver luogo solo davanti alla commissione provinciale e non oltre la prima udienza, nella quale il tentativo di conciliazione puo’ essere esperito d’ufficio anche dalla commissione.
3. Se la conciliazione ha luogo, viene redatto apposito processo verbale nel quale sono indicate le somme dovute a titolo d’imposta, di sanzioni e di interessi. Il processo verbale costituisce titolo per la riscossione delle somme dovute mediante versamento diretto in un’unica soluzione ovvero in forma rateale, in un massimo di otto rate trimestrali di pari importo, ovvero in un massimo di dodici rate trimestrali se le somme dovute superano i cento milioni di lire, previa prestazione di idonea garanzia secondo le modalita’ di cui all’articolo 38 -bis del decreto del Presidente della Repubblica 26 ottobre 1972, n. 633. La conciliazione si perfeziona con il versamento, entro il termine di venti giorni dalla data di redazione del processo verbale, dell’intero importo dovuto ovvero della prima rata e con la prestazione della predetta garanzia sull’importo delle rate successive, comprensivo degli interessi al saggio legale calcolati con riferimento alla stessa data, e per il periodo di rateazione di detto importo aumentato di un anno. Per le modalita’ di versamento si applica l’articolo 5 del decreto del Presidente della Repubblica 28 settembre 1994, n. 592. Le predette modalita’ possono essere modificate con decreto del Ministro delle finanze, di concerto con il Ministro del tesoro.
4. Qualora una delle parti abbia proposto la conciliazione e la stessa non abbia luogo nel corso della prima udienza, la commissione puo’ assegnare un termine non superiore a sessanta giorni, per la formazione di una proposta ai sensi del comma 5.
5. L’ufficio puo’, sino alla data di trattazione in camera di consiglio, ovvero fino alla discussione in pubblica udienza, depositare una proposta di conciliazione alla quale l’altra parte abbia previamente aderito. Se l’istanza e’ presentata prima della fissazione della data di trattazione, il presidente della commissione, se ravvisa la sussistenza dei presupposti e delle condizioni di ammissibilita’, dichiara con decreto l’estinzione del giudizio. La proposta di conciliazione ed il decreto tengono luogo del processo verbale di cui al comma 3. Il decreto e’ comunicato alle parti ed il versamento dell’intero importo o della prima rata deve essere effettuato entro venti giorni dalla data della comunicazione. Nell’ipotesi in cui la conciliazione non sia ritenuta ammissibile il presidente della commissione fissa la trattazione della controversia. Il provvedimento del presidente e’ depositato in segreteria entro dieci giorni dalla data di presentazione della proposta.
6. In caso di avvenuta conciliazione le sanzioni amministrative si applicano nella misura di un terzo delle somme irrogate.”.

2. All’articolo 37 del decreto legislativo 31 dicembre 1992, n. 545, concernente l’attivita’ di indirizzo agli uffici periferici, dopo il comma 4, e’ aggiunto, in fine, il seguente:
“4 -bis. Il dirigente dell’ufficio del Ministero delle finanze di cui all’articolo 11, comma 2, del decreto legislativo 31 dicembre 1992, n. 546, riguardante la capacita’ di stare in giudizio, stabilisce le condizioni necessarie per la formulazione o l’accettazione della proposta di conciliazione di cui all’articolo 48 del citato decreto legislativo n. 546 del 1992.”.

Titolo II
DISPOSIZIONI FINALI

Art. 15.
Sanzioni applicabili nel caso di omessa impugnazione

1. Le sanzioni irrogate per le violazioni indicate nell’articolo 2, comma 5, del presente decreto, nell’articolo 71 del testo unico delle disposizioni concernenti l’imposta di registro, approvato con decreto del Presidente della Repubblica 26 aprile 1986, n. 131, e nell’articolo 50 del testo unico delle disposizioni concernenti l’imposta sulle successioni e donazioni, approvato con decreto del Presidente della Repubblica 31 ottobre 1990, n. 346, sono ridotte a un quarto se il contribuente rinuncia ad impugnare l’avviso di accertamento o di liquidazione e a formulare istanza di accertamento con adesione, provvedendo a pagare, entro il termine per la proposizione del ricorso, le somme complessivamente dovute, tenuto conto della predetta riduzione.

2. Si applicano le disposizioni dell’articolo 8, commi 2 e 3. Con decreto del Ministro delle finanze sono stabilite le modalita’ di versamento delle somme dovute.

Art. 16.
Controlli sulla base della copia delle dichiarazioni

1. Qualora successivamente all’accertamento le dichiarazioni presentate ai fini delle imposte sui redditi e dell’imposta sul valore aggiunto risultino difformi dalle copie acquisite nel corso dell’attivita’ di controllo ovvero ne risulti omessa la presentazione, gli uffici procedono all’accertamento e alla liquidazione delle imposte dovute e possono integrare, modificare o revocare gli atti gia’ notificati, nonche’ irrogare o revocare le relative sanzioni. La conservazione della copia delle dichiarazioni e’ obbligatoria per i soggetti che devono tenere le scritture contabili, nonche’ per i soci o associati di societa’ o associazioni di cui all’articolo 5 del testo unico delle imposte sui redditi, approvato con decreto del Presidente della Repubblica 22 dicembre 1986, n. 917, o per il coniuge dell’azienda coniugale non gestita in forma societaria.

Art. 17.
Abrogazioni e delegificazione

1. Sono abrogati:
a) i commi 2 e 3 dell’articolo 5 del decreto – legge 27 aprile 1990, n. 90, convertito, con modificazioni, dalla legge 27 giugno 1990, n. 165, riguardanti la definizione delle pendenze tributarie;
b) gli articoli 2 -bis e 2 -ter del decreto – legge 30 settembre 1994, n. 564, convertito, con modificazioni, dalla legge 30 novembre 1994, n. 656, riguardanti l’accertamento con adesione;
c) il quarto comma dell’articolo 54 del decreto del Presidente della Repubblica 29 settembre 1973, n. 600, riguardante l’applicazione in misura ridotta delle sanzioni in caso di rinuncia all’impugnazione dell’accertamento.

2. Con effetto dalla data di entrata in vigore del .presente decreto legislativo sono abrogate tutte le altre disposizioni con esso incompatibili.

3. Le disposizioni dei capi II e III del titolo I possono essere integrate o modificate con regolamento da emanare ai sensi dell’articolo 17, comma 2, della legge 23 agosto 1988, n. 400

 

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